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di Eugenia Sciorilli

Sono vent’anni che Leonard Bernstein ci ha lasciato. Il 14 ottobre 1990, infatti, moriva a New York, e con lui si spegneva una delle personalità più affascinanti, entusiaste, prorompenti che il mondo della musica abbia mai conosciuto. Suo il grande merito di aver accostato – grazie a un lungo ciclo di trasmissioni televisive – il grande pubblico, e soprattutto il pubblico dei giovani, al patrimonio della musica sinfonica, senza involgarirlo ma anzi esaltandone il valore e il significato.
“Non c’è limite alla varietà di sentimenti che la musica può trasmettere. Alcuni di questi sentimenti sono così speciali che non possono essere neppure espressi a parole. A volte possiamo dare un nome a ciò che sentiamo, ma ci sono altri sentimenti così profondi e speciali che non abbiamo parole per descriverli, ed è qui che la musica è semplicemente meravigliosa. Dà un nome ai sentimenti, ma lo fa con le note anziché con le parole”. Sono frasi di una straordinaria densità, che Leonard Bernstein pronunciò in un programma televisivo e che sono state riprodotte nel volume Giocare con la musica, pubblicato in Italia dalle Edizioni Excelsior 1881 di Milano nel 2007.
Ma non si può nominare Bernstein senza evocare quel capolavoro del teatro musicale che è “West Side Story”, oppure la magia dei concerti che dirigeva con ineguagliabile passione e amore verso le partiture, in ogni angolo del pianeta.
Chi scrive ha avuto la fortuna di incontrarlo poco tempo prima che morisse, in occasione della sua ultima tappa a Roma, alla guida dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia quando quest’ultima suonava ancora nell’Auditorium di Via della Conciliazione. C’era un’aura inconfondibile intorno a lui, e nello stesso tempo una sensazione di brio, di effervescenza. Di quell’intervista è rimasta impressa nella memoria, in modo indelebile, la risposta che volle darmi quando gli chiesi qual era secondo lui il significato fondamentale della musica: “La musica è l’amore per la vita, l’amore per la gente. E dirigere per me vuol dire avere un grande atto d’amore con il pubblico”.
Grande, grandissimo Lenny. Si racconta che perfino gli operai si togliessero il cappello al passaggio del suo feretro, in quella giornata di mezzo autunno nella Grande Mela, dicendogli con semplicità un affettuoso Goodbye.