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Sebastian Armesto nei panni del drammaturgo Benjamin Johnson.

Joely Richardson ritratta da Anna Foerster, direttore della fotografia.

Un'intensa espressione di Vanessa Redgrave nelle vesti della regina Elisabetta I.

Vanessa Redgrave con Rhys Ifans.

Rafe Spall è William Shakespeare osannato dal popolo in una scena del film.

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Una storia inverosimile, ma coinvolgente

di Enrico Cerulli


La locandina italiana. Iniziamo con una doverosa avvertenza: la tesi su cui si basa la trama del film, ovvero che William Shakespeare non sia stato effettivamente l’autore di tutte le opere attribuitegli, ma soltanto un prestanome, è assolutamente inverosimile. Chi abbia tempo e volontà potrà facilmente verificare, con numerosissime fonti storiche e di critica letteraria, l’inconsistenza di una tale ipotesi. La sceneggiatura di John Orloff, seppur utilizzando personaggi realmente esistiti e fatti storici veri, è quindi da considerare soltanto una pregevole opera di fantasia dell’autore.

Nell’Inghilterra del XVII secolo, il nobile Edward de Vere è un precoce genio letterario che fin da ragazzo si fa notare dalla giovane regina Elisabetta I mettendo in scena a corte una versione di Sogno di una notte di mezza estate, da lui stesso scritta. Divenuto orfano, viene adottato da William Cecil, potente consigliere della sovrana, che lo costringe, ricattandolo, a sposare la propria figlia, e ne censura fortemente ogni velleità artistica. Edward però, non solo continua a scrivere, ma riesce anche a diventare amante della regina, da cui avrà un figlio illegittimo. E per poter pubblicare le sue opere, non esponendosi personalmente, adotta uno stratagemma: le consegna, affinché le metta in scena come sue, a Benjamin Johnson, drammaturgo molto meno dotato di lui. Ma di queste opere prende il controllo, attribuendosele come proprie, uno spregiudicato e narcisista attore, dedito alle donne e all’alcool, William Shakespeare.

Il regista Roland Emmerich discute una scena con Rhys Ifans. Da qui si sviluppa tutta una storia che vede come protagonisti-antagonisti de Vere e Robert Cecil, crudele e cinico figlio di William succedutogli come consigliere della regina; fanno da sfondo le lotte e gli intrighi di corte per la successione al trono della sovrana, divenuta nel frattempo debole e anziana. Lo spettatore viene così a conoscenza di alcune verità a dir poco assurde e paradossali: Shakespeare era semianalfabeta (!) ed Elisabetta era divenuta amante di Edward, pur sapendo di esserne la madre naturale (!!!).

L'attore Rhys Ifans è Edward de Vere, diciassettesimo Conte di Oxford. La narrazione comunque scorre agevolmente, agevolata dalla convincente recitazione di bravi attori come Rhys Ifans (Edward adulto), David Thewlis (William Cecil) ed Edward Hogg (Robert Cecil). Una menzione particolare merita Vanessa Redgrave per la sua interpretazione dell’anziana Elisabetta. Rimarchevoli sono anche la fotografia di Anna Foerster, i costumi di Lisy Christle e le scenografie di Sebastian T. Krawinkel, sorrette anche da una buona dose di grafica digitale, che si nota nelle vedute a volo d’uccello della seicentesca Londra.

Joely Richardson nel ruolo della giovane Elisabetta I. Il finale, malinconico, è decisamente toccante, come pure, in tutta la storia, il rapporto tra Edward e Ben Johnson, l’unico (insieme ad Elisabetta) che dimostra di comprendere ed apprezzare la grandezza e la profondità dell’opera del drammaturgo.


Dunque, seppur basato su una storia assurda e inverosimile, il film di Roland Emerich, è da considerare un thriller storico-politico non disprezzabile, piuttosto coinvolgente, e non privo di un certo fascino.

Edward Hogg interpreta il personaggio di Robert Cecil. Da sapere:
L’offerta cinematografica di questo dicembre non convince molto. Da vedere ci sono due pellicole già nelle sale da qualche giorno: La kryptonite nella borsa, di Ivan Cotroneo e Miracolo a Le Havre, di Aki Kaurismaki. Il nuovo film di Woody Allen, Midnight in Paris, potrebbe essere una proposta interessante. Come il mese scorso, segnaliamo anche una lettura: Il cinema in rivolta. Marco Bellocchio e I pugni in tasca, di Mauro Molinaroli, Dalai editore. Il giornalista piacentino offre un’attenta ricostruzione dell’ambiente culturale e sociale giovanile in cui nacque la pellicola. E dona un vivido e toccante ritratto delle vicende personali degli attori e del regista che, a soli ventisei anni, esordì con un film, ormai considerato un capolavoro del cinema italiano.