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Il Bar Manager del de Russie ci offre la
prima puntata di una cronistoria in terra americana

 

di Max D’Addezio

Tanti tanti anni fa, incontrai in un bar rimanendone affascinato, la figura di un uomo con una folta barba e capelli lunghi raccolti in una cipolla, che lavorava come portantino in un ospedale di Roma. Il mito nacque quando chiese quaranta giorni di ferie per andare a fare un viaggio in America con la sua famiglia, e avendo ricevuto un no come risposta, si licenziò e partì. Un po’ questo viaggio lo dedico a lui, l’uomo senza confini.

Erano diversi anni che per un motivo o per un altro più o meno seri non riuscivo, a farmi un viaggio degno di essere chiamato così, non come turista ma come viaggiatore, come chi va respira e poi guarda.

La missione era andare da San Francisco a New York vedendo il maggior numero di cose ed evitando i rigori di inizio inverno delle Rocky Mountains in 30 giorni circa, quindi la bussola è stata orientata verso sud est e la magia ha avuto lo start up.

Non poteva esserci posto migliore di San Francisco per iniziare l’avventura, una città dal respiro ampio e calmo, dove ti senti a casa, dove le persone sono friendly, dove ci sono i leoni marini che ti aspettano con il loro fetore al porto, dove per andare da una parte all’altra della città ti devi letteralmente attaccare al tram e dove se non lo sai e sbagli orario per andare in bicicletta al Golden Gate a fare foto, rimani immerso nella nebbia che arriva in determinati orari e non ti fa vedere niente a 10 metri dal tuo naso congelato.

E poi vogliamo parlare di “ChiaroScuro”, il miglior ristorante romano che si sia mai affacciato sulla costa del Pacifico? Quasi quasi ci sono andato apposta a SF.

Ok, si parte alla volta di Los Angeles, strada costiera “1”, la panoramica più bella della California, macchina noleggiata una decappottabile, meteo pioggia fitta: sono stato in tutto 9 giorni in California e l’unico giorno che ha piovuto io avevo una “convertible”. Poco male, una tappa nella baia di Monterey a mangiare pesce al porto è una perfetta soluzione. L’atmosfera era rarefatta, non c’era nessuno, e quando il sole ha deciso di andare a dormire, aver vissuto un crepuscolare tramonto nascosto tra le nuvole in compagnia di due foche, una famiglia di pellicani, sette gabbiani e mio nipote Adriano è stato un’esperienza senza prezzo, per tutto il resto avevo mastercard.

La mattina il meteo ci ha concesso clemenza e ci ha permesso di aprire finalmente la capote e goderci finalmente il panorama a tutto sole, e un condor ha voluto venirci a salutare durante una pausa foto scogliera: a volte la vita ti rimborsa il doppio di quanto spendi se sai godertela.

Lasciatemi dire che Los Angeles non è niente di speciale, ma Las Vegas, anzi Vegas come dicono loro, è un fenomeno sociale che una volta nella vita va vissuto, solo per una notte, tutta una notte, ma va visto come la noia sociale trasforma in un estremo “kinder garden” per adulti un pezzo di niente. Per fortuna avevo visto Ocean’s Eleven.

Dopo questa full immersion nella mondanità totale e totalitaria, finalmente mi tuffo nell’infinito deserto dell’Arizona alla scoperta dell’unica parte accessibile in questa momento dell’anno (novembre, n.d.a.) del Grand Canyon, e scopro una terra carica di energia, che ti aiuta a pensare, anzi i pensieri te li tira fuori come un prestigiatore tira fuori fazzoletti colorati dalla bocca: chi pratica “chi qong” può capire forse meglio, quando parlo di energia che passa tra il primo ed il settimo chakra e come un torrente in piena attraversa il tuo corpo e porta via ciò che non serve.

Sul Canyon sono salito una mattina alle 6 con 17 gradi Fahrenheit (-8 Celsius circa) per poter fare foto all’alba, e spostandomi durante il giorno all’inseguimento del sole, dei corvi, delle alci e dei cinghiali sono arrivato a Desert View, dove da una torre di avvistamento dei primi del novecento ho fotografato il tramonto. In giro ho trovato pochissime persone, e se consideriamo che questo rimane uno dei posti più visitati negli Stati Uniti, straordinaria è stata l’occasione di poterlo visitare in completa tranquillità. Nonostante le temperature proibitive o le poche persone presenti, da mezz’ora prima dell’alba fino a mezz’ora prima del tramonto, in funzione ci sono le navette per muoversi all’interno dei parchi e raggiungere le postazioni più belle e riservate.

Man mano che passa il tempo ti rendi conto che tutti questi territori, e in definitiva tutti gli altri che costituiscono il territorio degli U.S.A., sono di proprietà storica, naturale, ancestrale e culturale dei nativi d’America, a cui prima sono stati sottratti e poi restituiti in piccola parte come forma di concessione da parte dei bianchi. Per la serie “la follia umana non ha davvero soluzione di continuità”, l’uomo bianco, con la coercizione, dice ai nativi “non procuratevi di ciò di cui avete bisogno per il sostentamento dai cicli vitali della terra, ma aprendo una casinò, e non vi preoccupate, vi diamo anche la licenza per farlo”: oggi in molte parti del paese le tribù di nativi ricevono reddito dalla gestione di case da gioco, espediente creato ad hoc per non lasciare nell’assoluta povertà e disperazione gli esseri umani originari di questi luoghi. La mia considerazione non vorrebbe essere retorica, ma come dico sempre viviamo in un epoca in cui anche la considerazione della retorica sfocia nella retorica.

Continua…