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Jan Cornet nel ruolo di Vicente.

Banderas con l’attrice Marisa Paredes interprete del personaggio di Marilia.

Elena Anaya con Banderas in un fotogramma del film.

Elena Anaya interpreta Vera.

Elena Anaya e Marisa Paredes.

Antonio Banderas con Elena Anaya.

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di Enrico Cerulli


La locandina spagnola. La locandina italiana. Il dottor Robert Ledgard, (Antonio Banderas) chirurgo specialista in trapianti di pelle con un passato familiaretragico, tiene prigioniera nella sua casa-laboratorio-clinica Vera, (Elena Anaya) la sua “creatura”, frutto di mutazioni, raggiunte con pratiche chirurgiche estreme. L’aiuta e lo serve la fedele domestica-madre Marilia (Marisa Paredes). La visita inattesa del Tigre, rapinatore violento, fratellastro di Robert, che stupra Vera, da il la d’inizio a tutta una serie di vicende sanguinose, di suicidi e omicidi.

Al di là della trama, che qui volutamente tralasciamo, quello che colpisce profondamente lo spettatore, e su cui vogliamo focalizzare l’attenzione, sono le immagini del film.

Pedro Almòdovar sul set del film ispirato al romanzo Tarantola di Thierry Jonquet. Vera, creatura con perfette sembianze femminili, vive come una bambola in una stanza con i pochi oggetti necessari al riposo, lo yoga e la lettura, le tre sole attività che gli vengono concesse dal suo “creatore” il dottor Ledgard, che la controlla e la osserva attraverso un gigantesco schermo televisivo. Il suo corpo, per preservare e proteggere la sua nuova pelle, frutto di esperimenti transgenici, è sempre coperto da sottili guaine di stoffa, e lei ex sarta, si ostina a distruggere i vestiti femminili che le vengono offerti. Quando le vengono offerti dei cosmetici per truccarsi, Vera li usa per riempire le pareti della sua stanza di scritte e disegni inquietanti.

Almodovar discute una scena con Antonio Banderas. Il Tigre, brutale stupratore, è un energumeno vestito con un vistoso e grottesco abito da carnevale. Il sesso nel film è sempre rappresentato come stupro o fredda meccanicità, e la scena dell’orgia dei giovani alla festa ricorda quelle in Arancia Meccanica o in Eyes wide shout di Kubrick.

La prigionia del giovane Vicente, le immagini di sartoria e le sculture ricoperte di stoffa che Vera crea, gli esperimenti e il lavoro del dottor Ledgard con la pelle artificiale, ricordano quelle del serial killer transessuale che nel Silenzio degli innocenti (di Jonathan Demme) si cuciva un vestito con la pelle delle sue vittime.

Il regista, forse, con questo film ha voluto tentare un’esplorazione del tema dell’identità umana, femminile e maschile. E gli esiti di tale ricerca sono, a livello visivo, a dir poco agghiaccianti. Veramente desolante e insopportabile poi, è la rappresentazione che viene fatta dei giovani: fatui, imbottiti di psicofarmaci, dediti ad una fredda e frenetica attività sessuale. Poi, come alfa e omega del film, pesante, castrante e irrisolto, troviamo il tema del rapporto madre-figli, sempre presente nei film di Almodovar.

Banderas nei panni del chirurgo plastico Robert Ledgard. E a voler sancire, l’immutabilità e ineluttabilità di tutto questo, come sfondo nei titoli di coda, rotea una lucida e cangiante elica del DNA…

Cosa dire di più? Certamente se lo scopo di ogni thriller che si rispetti è di colpire e turbare lo spettatore, Almodovar con questo film ci è riuscito pienamente…


Da sapere:
Anche questo mese, come spesso in quest’anno, nonostante la crisi del settore, le pellicole più interessanti sono italiane. Partiamo dal Villaggio di Cartone, ultima opera del maestro Ermanno Olmi e proseguiamo con This must be the place, film “americano” del nostro Paolo Sorrentino. Di registi meno conosciuti, ma ugualmente interessanti sono Missione di pace di Francesco Lagi, Cavalli di Michele Rho e Mozzarella stories di Edoardo de Angelis.