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Uno scomodo passato tornato presente
e uno spettacolare inno alla religione

di Enrico Cerulli

 

La locandina italiana. Nel film La regola del silenzio Robert Redford è l’avvocato Jim Grant, da poco rimasto vedovo, che vive una tranquilla esistenza con la figlia dodicenne ad Albany, cittadina della provincia americana. La cattura di una ex terrorista, Sharon Solarz, e le notizie pubblicate dal cronista Ben Shepard su un giornale locale, gettano di nuovo luce su un gruppo di estrema sinistra, i Weather Underground (realmente esistito) di cui Grant è stato addirittura il capo. L’FBI torna dunque a ricercarlo perché, insieme ad altri terroristi del gruppo, ha partecipato trent’anni prima ad una rapina in cui è rimasta uccisa una guardia giurata.

Si innesca, seppur tardivamente, una gigantesca caccia all’uomo, con molteplici inseguitori e fuggitivi: L’FBI ricerca Grant, lui a sua volta è sulle tracce della sua ex compagna di lotta Mimi Lurie perché può scagionarlo dall’accusa di omicidio, il giornalista segue tutti per ricostruire le vicende dei membri del gruppo, entrati in clandestinità e latitanti da lungo tempo. L’insieme è un film non proprio esaltante, dal ritmo piuttosto lento e in alcuni punti non molto convincente, che però, specie per uno spettatore italiano, può essere molto interessante, vediamo perché.

Gli Weathermen, così si facevano chiamare i membri di questo gruppo, nati da una branca del movimento studentesco, furono attivi soprattutto durante gli anni della guerra del Vietnam, dal ’69 al ’76, portando a termine azioni dimostrative con danneggiamenti e attentati dinamitardi a sedi pubbliche, senza però causare vittime, anche perché le loro esplosioni erano sempre precedute da avvisi alla popolazione.

Susan Sarandon nel ruolo di  Sharon Solarz. (foto 01 Distribution) Il giovane attore Shia La Boeuf nei panni del giornalista Ben Shepard. (foto 01 Distribution) Robert Redford e Richard Jenkins. (foto 01 Distribution) Julie Christie nella parte di Mimi Lurie. (foto 01 Distribution)

La rapina di cui si parla nel film, nella realtà un assalto ad un furgone porta valori, fu eseguito da due ex membri nell’81, quando il gruppo era già sciolto da tempo. Ciononostante, nel film come nella realtà, questo avvenimento deve aver portato ad una grossa crisi di coscienza nel gruppo, che ripensò in modo critico le forme e i metodi della loro lotta. In questa pellicola Robert Redford e Susan Sarandon con i loro personaggi ben rappresentano la crisi di quella generazione di giovani americani che, in alternativa alla supina accettazione di un modello sociale e culturale disumano e sfruttatore, attuarono forme di protesta molto accese, sfociate purtroppo in violenza e lutti.

E in effetti all’inizio degli anni ’80 molti attivisti del gruppo si costituirono finendo per scontare pene detentive non molto lunghe, ad eccezione degli autori della rapina, condannati all’ergastolo e tuttora in carcere. La realtà e il film finiscono per coincidere in un lieto fine tutt’altro che scontato; che grossa differenza con le sanguinose vicende delle nostre Brigate rosse e dei Nuclei armati rivoluzionari!... Ma lasciamo quest’amara riflessione e dedichiamoci alla seconda proposta di questo mese.

 

La locandina italiana. Vita di Pi è un film girato con tecnologia 3D dal regista taiwanese naturalizzato americano Ang Lee, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Yann Martel. Il giovane Pi (lasciamo allo spettatore il compito di scoprire il perché di questo strano nome) vive con la famiglia nella parte francese dell’India e si interessa precocemente ai problemi della religione: pur essendo di famiglia Indù, si accosta sia al Cristianesimo, sia all’Islam, con grande disappunto del padre che lo vorrebbe soltanto un uomo lucido e razionale.

Nel momento in cui si sta confrontando con il primo amore adolescenziale, Pi è costretto ad emigrare verso il Canada con tutta la famiglia e gli animali dello zoo di loro proprietà. La nave cargo su cui è imbarcato subisce un disastroso naufragio e lo costringe, unico sopravvissuto, a condividere una scialuppa con altri animali, tra cui una feroce tigre. Tutto il racconto è un’esplicita metafora dell’esistenza umana, dominata da una continua e crudele lotta per la sopravvivenza e la fede in un unico dio, onnisciente e onnipotente, a cui in definitiva tutti dobbiamo votare la nostra vita.

Questo messaggio, che molti certamente non condivideranno, è pero sapientemente ammantato e avvolto in splendide immagini di natura, in parte vere, in parte costruite con la grafica digitale, che esaltate dal 3D, rendono il film uno spettacolo molto bello a livello visivo. E infatti certe immagini acquatiche sono, questo sì lo confessiamo, una vera gioia per gli occhi, di grandi e piccoli, che potrete eventualmente portare con voi.

Il regista Ang Lee sul set. (foto 20th  Century Fox) Suraj Sharma nel ruolo di Pi. (foto 20th  Century Fox) La tigre Richard Parker. (foto 20th  Century Fox) I due compagni naufraghi. (foto 20th  Century Fox)

 

Da sapere:
La locandina dell'ultimo lavoro di Giuseppe Tornatore. Il 2013 inizia con molte interessanti novità, a partire da quelle dei registi italiani. Vi proponiamo La migliore offerta di Giuseppe Tornatore e Quello che so sull’amore di Gabriele Muccino, oltre al thriller The ghostmaker di Mauro Borrelli, su una bara-macchina del tempo, taxi per l’aldilà. Da vedere sono anche The Master, di Paul Thomas Anderson, ispirato alla storia della setta americana di Scientology e Lincoln, film biografia sul sedicesimo presidente degli Stati Uniti, di Steven Spielberg, oltre alla pellicola di esordio come regista di Dustin Hoffman, il divertente Quartet. Si preannuncia piuttosto violento Unchained di Quentin Tarantino e allora noi vi consigliamo piuttosto il nuovo film di animazione di Tim Burton, Frankenweenie, con un bambino Frankenstein, che fa rivivere il suo cucciolo morto. In ultimo, il divertimento è assicurato con Asterix e Obelix al servizio di sua maestà, con Gérard Depardieu, Filippo Timi e Neri Marcorè.