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La democrazia come prodotto da pubblicizzare

di Enrico Cerulli

 

La locandina del film. Nel 1988, su pressione della comunità internazionale, il regime di Augusto Pinochet viene costretto ad indire un referendum per la conferma o meno del dittatore alla carica di presidente della repubblica. Il popolo cileno, per la prima volta dal 1973, viene messo nella condizione di poter scegliere se rimanere con la dittatura o dare inizio ad un percorso di democrazia. Un gruppo di rappresentanti dell’opposizione democratica decide di affidare a René Saavedra (Gael García Bernal), giovane e brillante pubblicitario, il compito di produrre degli spot televisivi in favore del “no” a Pinochet. René, anziché puntare l’attenzione sulla violenza e i crimini del regime (del resto noti a tutti i cileni), decide di veicolare attraverso i suoi filmati un messaggio di positività che si riassume nello slogan: “Cile, l’allegria sta arrivando”.

Il regista Pablo Larraín, in modo non convenzionale, decide di raccontare questa storia con un mix di filmati dell’epoca ed immagini originali girate con uno standard volutamente degradato, che ricorda il formato analogico U-matic degli anni ’80. Ci fa vedere René come un giovane ragazzo-padre, benestante e molto occidentalizzato, non solo perché la sua casa è piena di gadget e status symbol del consumismo, ma soprattutto perché pensa da subito il “no a Pinochet” come a un prodotto da vendere. Del resto i suoi spot elettorali sono ricchi di immagini patinate e simboliche, tipiche del linguaggio televisivo delle soap opera e delle pubblicità di quel periodo. Nel corso della pellicola René affronta, oltre alle difficoltà della campagna pubblicitaria, anche una sofferta e più definitiva separazione dalla madre di suo figlio, arrivando ad un finale, con la vittoria del referendum, dal sapore agrodolce e piuttosto malinconico.

Il regista Pablo Larrain. (foto Bolero Film) Gael Garcia Bernal nel ruolo di René Saavedra. (foto Bolero Film) Il pubblicitario Saavedra con il figlio durante una manifestazione contro Pinochet. (foto Bolero Film) Un primo piano del figlio di René Saavedra. (foto Bolero Film)

Nonostante le indubbie qualità di questo film: un’ottima sceneggiatura, uno stile e un ritmo senza incertezze, tuttavia un punto non ci convince, in quanto non viene affrontata una questione, che tuttavia è ben presente e si può leggere fra le righe di questa pur pregevole pellicola.

Il pubblicitario fa parte senza dubbio di una ristretta élite sociale ed economica (anche se il regista nulla ci dice della sua famiglia) e lavora per un’agenzia pubblicitaria importantissima, forse l’unica del paese, dove il suo capo, Lucio Guzmán si occupa della campagna in favore di Pinochet. Guzmán con blandizie e velati avvertimenti cerca di attirarlo dalla sua parte, ma sostanzialmente gli lascia mano libera, anzi quando la ex compagna di René viene arrestata durante degli scontri di piazza, interviene personalmente per farla rilasciare, sana e salva. Il regime sorveglia e controlla il giovane “creativo” e il suo gruppo di lavoro, ma non interviene in nessun modo per bloccarlo. Anzi, Saavedra, contemporaneamente alla campagna referendaria, lavora con la massima disinvoltura per delle pubblicità che Guzmán stesso gli propone!

Nel caso del referendum del Cile si è trattato molto probabilmente di un classico caso di ruptura pactada, una transizione democratica pilotata dal regime stesso, probabilmente con l’aiuto e l’assistenza degli Stati Uniti, che pure avevano appoggiato l’inizio della dittatura di Pinochet in un ottica di contrasto all’espandersi del comunismo in America latina. La matrice chiaramente de-ideologizzata, improntata ad una rimozione dei crimini del regime, in favore di un cambiamento fatto di allegria e serenità, della campagna referendaria per il “no” sembra essere un indizio piuttosto preciso in tal senso. Il referendum, che gli oppositori stessi pensavano di non poter vincere, era solo una fase di un lungo cammino, guidato dalle élites al potere, verso una democrazia orientata al liberismo. Del resto Pinochet lascerà la presidenza della repubblica nel 1990 e la carica di capo delle forze armate solo nel 1998.

 

 

 

 

Un film sugli alberghi e… la solitudine

 

La locandina del film. Maria Sole Tognazzi, regista e sceneggiatrice di questa pellicola, ci racconta la vita e il lavoro di Irene (Margherita Buy), una sorta di agente-controllore che in incognito si reca nei migliori alberghi del mondo per giudicarne i servizi e la qualità. Irene ha un ex fidanzato (Stefano Accorsi), imprenditore nel campo dei prodotti biologici, con cui ha ancora un rapporto molto amichevole e una sorella (Fabrizia Sacchi) un po’ sbadata, con un marito depresso (Gian Marco Tognazzi) e due figlie bambine, queste almeno con la vitalità tipica della loro età. Irene, che viaggia sempre sola, appena arriva in un albergo da testare, subito si mette all’opera con una serie di prove e test al limite del maniacale e quasi non si gusta il lusso e lo sfarzo dei sontuosi hotel che visita.

La collaudata routine di Irene però viene sconvolta da un avvenimento particolare: una misteriosa antropologa-sessuologa con cui aveva fatto amicizia in un albergo, che l’aveva molto colpita con le sue teorie sui rapporti sentimentali, muore poco dopo, lasciandola con un senso di stupore e abbandono molto forti. Per reazione si rifugia da Andrea che intanto ha messo in cinta un’altra donna, con cui non ha una relazione fissa, ma che intende portare avanti la gravidanza, e quindi, suo malgrado, deve prepararsi a fare il padre.

Margherita Buy interprete del personaggio di Irene. (foto Teodora Film) Stefano Accorsi nel ruolo di Andrea, ex fidanzato di Irene. (foto Teodora Film) Lesley Manville sul set del film con la regista Maria Sole Tognazzi. (foto Teodora Film) Fabrizia Sacchi con Gianmarco Tognazzi. (foto Teodora Film)

Il film finisce come è iniziato, con Irene che da sola parte per il suo lavoro.

Che dire di questo film? L’idea di partenza è buona, il soggetto, la “collaudatrice di alberghi” è interessante ed intrigante, il film “scorre” bene, ma alla fine lo spettatore si ritrova con un qualcosa di insoddisfatto, inappagato.

Il vero neo è la costruzione dei personaggi: non hanno cambiamenti significativi, sono uguali dall’inizio alla fine e non hanno rapporti veri, sinceri. Di una freddezza stolida è Andrea, che tranquillamente riceve Irene mentre sta preparando una cenetta tête-a-tête con la sua prossima conquista, o la fa entrare in casa mentre c’è anche l’altra donna. Irene dal canto suo non ha rapporti con gli uomini se non con Andrea e purtroppo mostra un suo lato un po’ più vitale ed umano solo con la sorella e le nipoti. Sconcertano poi le pillole di psicanalisi, come la “teoria dell’intimità” che fanno capolino qua e là nel corso del film.

Va detto però che la fotografia e le location, alberghi e resort di superlativa bellezza, appagano di molto gli occhi degli spettatori. Se lo scopo della regista, come da lei stessa dichiarato, era di “fare un film sugli alberghi” è pienamente riuscito. Ma noi preferiamo i film basati su storie e personaggi


 

Da sapere – Maggio è ricco di novità, soprattutto di casa nostra. Iniziamo con Il cecchino, dramma poliziesco di Michele Placido e proseguiamo con Miele di Valeria Golino, con Jasmine Trinca. Consigliamo anche Mi rifaccio vivo, commedia di Sergio Rubini e, per gli amanti del genere, Tulpa – I demoni del desiderio, horror di Federico Zampaglione, con Claudia Gerini e Michele Placido. Da vedere anche Sta per piovere del regista italo iracheno Haider Rashid.