Il 5 maggio del 1927 usciva a Londra uno dei romanzi più belli e più celebri di una raffinatissima narratrice del Novecento: To the Lighthouse di Virginia Woolf. In Italia, particolarmente riuscita la traduzione di Nadia Fusini, intitolata Al Faro e pubblicata da Feltrinelli.
Virginia Woolf impiegò due anni per scrivere l’opera, quasi rivoluzionaria per l’epoca, quando le trame e gli stili narrativi ancora risentivano di rigidi schemi ottocenteschi. E’ una narrazione, quella del Faro, in cui gli stati d’animo contano più degli eventi, e gli eventi stessi, soprattutto se decisivi, vengono raccontati nell’arco di una sola frase, e tra parentesi. Perché per Virginia le emozioni dei protagonisti avevano molta più densità e importanza dei fatti.
Tutto il romanzo ruota su un episodio che si nomina come probabile all’inizio della storia ma si attua soltanto nella parte conclusiva del libro: una gita al faro. Tuttavia, questa gita al faro è soltanto un congegno letterario che consente all’autrice di dare vita a una straordinaria trama narrativa, di grande poesia anche quando la prosa risulta oscura e complicata. Ancora oggi, il romanzo si propone come uno dei testi più amati da chi si accosta alla letteratura inglese moderna. Il motivo è semplice: è un capolavoro che ruota intorno a temi affascinanti, come quelli della memoria e della nostalgia, ispirandosi alla magia del faro e del suo fascio di luce notturna. Se si volesse collocare geograficamente il centro della narrazione, lo si potrebbe indicare nella baia di St. Ives, sulla costa nord-ovest della Cornovaglia, dove il padre della Woolf affittò una dimora estiva appena dopo la nascita di Virginia.

(E. S.)