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Nel 1990 gestivo un pub a piazza della Pollarola, alle spalle di Campo de’Fiori. Era un pub piuttosto atipico, da lì a poco sarebbe scoppiata la moda dei pub stile irlandese.In realtà era un vecchio teatrino con tanto di palco completamente malmesso ben lontano da tutte quelle norme igienico-sanitario e di sicurezza che oggi disciplinano il settore. Insomma piuttosto sciatto, piuttosto sporco, con un piccolo bancone piuttosto vecchio e anche i tavolini in sala piuttosto malridotti, tutti diversi tra loro ma tutti con la classica “zeppa” per impedire il dondolio di cui erano dotati. Insomma uno schifo di locale ma con una forza, un’energia devastante, assolutamente bohemien e scapigliato, anarchico e rivoluzionario nel suo genere.

C’erano tra i suoi avventori professori del conservatorio di Santa Cecilia, scrittori, attori di teatro, giornalisti, studenti, musicisti, chiromanti, stranieri ( nel ’90 non c’erano ancora le low cost e Roma non era ancora così cosmopolita) , anche ladri e assassini ( anni della banda della magliana e quella di testaccio). C’era anche “Tor Lupara”. Ignoro quale fosse il suo vero nome. Cercate di immaginare l’orco descritto nelle fiabe. Di mezza età, basso, tarchiato con un grande stomaco, quasi calvo, con il vocione e con un enorme naso rosso bitorzoluto. Proprio l’orco delle fiabe.

Tor Lupara era incredibilmente astemio, lui che era l’archetipo del vecchio alcolista, andava a litri di coca-cola che contribuivano a gonfiare il suo stomaco già enorme, e aveva una passione, il gioco degli scacchi. Si sedeva al tavolino più vicino all’ingresso e a chiunque entrasse, sia esso maschio o femmina, singolo o in coppia rivolgeva la stessa domanda: “Che vvoi ggiocà?”. Non che fosse particolarmente bravo, ma credo che avesse memorizzato quei due o tre schemi che gli permettevano di vincere partite ( e coca-cole) contro giocatori di mediocre livello.

Una sera entrano due attori americani che giravano a Roma in quel periodo Il Padrino John Savage e Al Pacino. Sì proprio loro. Ci sono stati per circa un anno. Quel fetido locale è stato il loro rifugio quando non avevano serate ufficiali. “Che vvoi ggiocà?” fa Tor Lupara ad Al Pacino non avendo la benché minima idea di chi fossero quei due. Al Pacino accetta e si mettono a giocare, subito accerchiati dagli altri clienti che fungevano da spettatori e interpreti, dal romanesco-italiano-slang americano. Ad un certo punto della partita che volgeva favorevolmente a Tor Lupara, uno del pubblico gli chiede: “ a Tor Lupà, ma ci ò sai cco chi stai a ggiocà?” e l’altro“sì, cco uno che nun è bbono a ggiocà!”- “Ma no! Stai a ggiocà cco Ar Pacino!”- “Arpachè!?- Ma famme er piacere che qui sto solo che a perde tempo!”.Tor Lupara andò via subito dopo lo scacco matto, scocciatissimo di tutto quel clamore, senza neanche riscuotere la sua coca-cola. Al Pacino proseguì la sua serata con un po’di birre forse meditando se era il caso di memorizzare tra i suoi caratteri quello strano orco. Io ancora mi chiedo chi fosse il personaggio più da raccontare… scegliete voi!

Sergio Trisolino