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Si fa presto a dire Martini
prima puntata

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di Max D’Addezio

Lo scorso mese vi ho raccontato di quando George Clooney qualche anno fa, proprio nel Bar del de Russie, esclamò “No Martini, no Party!”
versandosi in un bicchiere della vodka con ghiaccio.

Ma appunto dico che si fa presto a dire martini, perché come nell’esempio fatto, un gesto semplice come quello di versarsi della vodka in bicchiere colmo di ghiaccio sintetizza un gusto, un modo di intendere un cocktail che affonda la sue radici nella prima metà del 1800, in una terra di frontiera quale era il “far west”, la California dove, come era comune all’epoca, si creavano sciroppi in casa, infusi di erbe, bitters aromatici e i distillati a disposizione erano ben pochi: c’era il Gin che arrivava dalla tradizione liquoristica del nord Europa, il Brandy o Cognac, importato dalla Francia in prevalenza, e il whisky o whiskey (se importato dalla Scozia nel primo caso, se importato dall’Irlanda o prodotto in loco).

Tutto quello che gravitava intorno erano creazioni fatte in casa da gestori di saloon che volevano attirare l’attenzione per vendere di più o coprire difetti di prodotti quasi mai raffinati veramente.

È proprio qui, il paese era Martinez, vicino Sacramento, che nasce il Cocktail Martini,mistura a base di gin, vermouth italiano (o conosciuto anche come vermouth rosso), gocce di bitter aromatico e maraschino. È evidente quanto siamo lontani da quello che si è bevuto il buon George, e da quello che oggi è diventato il cocktail che al massimo nella stragrande maggioranza dei casi si concede 2 gocce di vermouth dry (o conosciuto anche come vermouth francese).

Articolare qualcosa sul Cocktail Martini, su di un cocktail che ha attraversato per più degli anni della nazione in cui viviamo, le ere del bere con tutte le difficoltà del caso (una su tutte l’era del proibizionismo), è un po’ come andare a vedere cosa c’è sul carapace di una tartaruga che nuota per tutta la vita in tutti i mari del mondo.

Per correttezza di cronaca c’è da dire che sulla nascita del Cocktail Martini c’è un’altra storia che gira fra gli appassionati, ed è quella di un uomo di Arma di Taggia che scappato dall’Italia per evitare di partire soldato a combattere la grande guerra, si rifugiò negli states a New York e usando il cognome della madre, ovvero Martini, andò a lavorare presso il Knickerbocker Hotel ed inventò il cocktail martini in onore di un signore che si chiamava Rockfeller.

…ah dimenticavo: un Cocktail Martini è anche un ottimo metodo per non prendersi mai troppo sul serio!

Seconda puntata (continua)