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La cattedrale di Guadalajara. Atmosfera tipicamente messicana al ristorante La Fonda de San Miguel Arcangel.

Il monumento a Beatriz Hernandez, eroina di Guadalajara.

Il Teatro Degollado.

Architettura coloniale nel centro storico.

Il Palazzo di Giustizia.

La fontana di Plaza Tapatia.

Bancarella al mercato alimentare.

Il centro commerciale di Magno Centro Joyero.

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di Max D’Addezio

Coltivazione di agave azzurra della Hacienda Tequila Arette, azienda fondata nel 1900. Qualche tempo fa, esaminando una mia ecografia al fegato, il medico mi disse che secondo lui l’organo era un po’ affaticato, ed io non sorpreso dal fatto dissi che era normale con il lavoro che faccio: “Sa dottore, io sono un barman” e lui allora mi chiese scettico “Eh sì, si fa presto a dire barman… Ma lei è un barman così, o barman barman?”. È da quel giorno che continuo a chiedermi se io sono un barman così o un barman barman, ma io e il mio foie gras proprio non riusciamo a venirne a capo!

La produzione completa della Hacienda Tequila Arette El Llano. Il profilo professionale di un “barman barman” dovrebbe essere il profilo di un professionista che sa cosa c’è dentro una bottiglia, e che conosce la merceologia del prodotto che utilizza per le sue creazioni, e uno dei modi migliori per far sì che questo avvenga è andare a trovare i luoghi dove nascono i prodotti, entrare in contatto con la cultura e le tradizioni che hanno fatto nascere un distillato, inspirare i profumi dei territori che ritroveremo nella bottiglia… Insomma, il miglior modo è viaggiare.

Avere la fortuna di lavorare divertendosi non è cosa da poco, essere uno dei pochissimi barmen (meno di venti) europei ad essere stati invitati da una "hacienda" produttrice di tequila a visitare il loro quartier generale è cosa assai più rara.

La distilleria produttrice della Tequila Tres Mujeres nei pressi di Amatitan, Jalisco. Su Travel Carnet dell’aprile 2011, parlando dei bar di New York, ho accennato al Mescal, il distillato messicano, e ho pensato al mio viaggio in Messico, quando sono andato alla scoperta del mondo del tequila: si sappia che Mescal e Tequila sono distillati di succo di agave fermentato, e che i metodi di produzione o la varietà dell’agave possono differire da zona a zona (un po’ come il Cognac e l’Armagnac in Francia), ma la grande differenza sta nel fatto che solo il distillato prodotto nella regione di Jalisco può fregiarsi del nome Tequila (come il Brunello di Montalcino prodotto con uve sangiovese può essere definito tale solo se prodotto nel distretto di Montalcino in Toscana).

Arrivare a Guadalajara di per sé non è emozionante, se non per il fatto che ero arrivato al termine di un viaggio durato all'incirca 19 ore tra un cambio di aereo e l’altro. La città è un grande polo industriale (non a caso è gemellata con la nostra Milano) e di Messico non c'è tantissimo al primo sguardo, ma basta cominciare a conoscere i primi personaggi giusti (barmen, tassisti etc...) e le piccole vie della città iniziano a deliziarmi di odori, colori e soprattutto sapori. Sono arrivato all'appuntamento con un giorno di anticipo e ne approfitto con macchina fotografica incollata agli occhi, per prendere contatto con l'America Centrale.

Etichettatura di Tequila Reposado dell’azienda 1921 Tequila di Los Altos, Jalisco. Parto dalla centralissima piazza della cattedrale: è marzo, il clima è caldo ma secco, è piacevole camminare per le vie del centro storico, molto curato, in stile Ottocento. Una fila di poltrone sotto a delle tendine verdi, sono le postazioni dei lucida scarpe, delle vere botteghe di un metro quadro ciascuna dove uomini o donne hanno un’attrezzatura per trasformare i vostri calzari in qualcosa di lucente da far invidia.

Mi incammino lungo uno dei corsi principali dove c’è il teatro dell’opera, il palazzo di giustizia, il palazzo della municipalità, delle carrozze imbellettate che cercano di catturare la mia attenzione o di qualunque gringos con gli shorts e la manica corta che passa per la via.

In una piazza dove c’è un fontana con tantissime rane di bronzo che fanno zampillare acqua qualcuno mi dice che la rana è uno dei simboli che caratterizza la città. Pochi metri ancora e un’altra piazza offre un altro spettacolo di giochi d'acqua in una immensa fontana. E poi ancora la piazza del mercato dell’oro e dei gioielli, una sorta di Wall Street dove in grandi palazzi di fattura moderna si contrattano preziosi, il tutto sotto l’attento occhio dei vigilantes. E ancora la piazza con il vecchio ospizio divenuto oggi un spazio culturale e di solidarietà ai bisognosi; negozi che vendono stivali da rancheros e cappelli, artigianato, tutto bello e ordinato. Tutto qui?

Il ristorante La Fonda de San Miguel Arcangel a Guadalajara. No, scendo delle scalette, esco dal sipario e finalmente Mexico! Fuori dagli spazi belli carini e puliti dedicati ai turisti, trovo la città vera, caotica, un po’ sporca, insomma quella vera , quella che piace a me, dove scorre la vita: botteghe con le insegne scritte sul muro con la vernice, posticini sulla strada che preparano tacos e burritos, un ragazzino con la sua bicicletta tutta cromata in stile custom, fino ad arrivare alla summa di tutto questo, il mercato popolare!

Grande edificio, con un via vai di persone a mo’ di formicaio che entrano ed escono da questo enorme stabile senza troppa fretta. Penetro all’interno e finalmente il mio naso comincia ad immagazzinare odori, le orecchie cercano di comprendere quell’infinito brusio, e gli occhi che vorrebbero moltiplicarsi per vedere di più.

Atmosfera tipicamente messicana al ristorante La Fonda de San Miguel Arcangel. Nella piazzetta centrale all’aria aperta banchi di frutta colorati, piccole vecchine che vendono i nopales (cactus commestibili,che accompagnano molte pietanze a tavola, a cui ovviamente senza spine), frutta, pesciolini essiccati, appoggiate su dei teli stesi in terra, artigiani che lavorano il ferro, all’interno tantissimi banchi, che vendono essenzialmente tutto disposti su due piani, ma la parte più interessante è al piano terra, dove ci sono i banchi alimentari. Carni, frutta, ortaggi, sementi, e poi peperoncini, peperoncini e ancora peperoncini, dai più comuni jalapeno ai micidiali habanero, il “capsicum” più forte del mondo… ahiahiahi!

Perdo la cognizione del tempo, forse sarò rimasto due ore a girare e rigirare, ma ad un certo punto vengo richiamato all’attenzione da colui il quale non perde mai la cognizione del tempo: il mio stomaco.

È ora di andare a mettere in padella ciò che fino adesso ho visto. “La Fonda de San Miguel Arcangel” – il miglior ristorante di Guadalajara – mi attende, e non è bello far aspettare qualcuno! Entro in questo quasi anonimo palazzo in una viuzza altrettanto anonima e trovo una corte interna piena di sole filtrato da tendaggi chiari al soffitto, sedie, tavoli e tovaglie coloratissime, piante che scendono dall’alto e un bar fatto in pietra che mi chiama “Massimo! È l’ora della miscelada!!”. Che faccio non rispondo? Eh no, prima di pranzo una bella miscelada (birra, ghiaccio, sale, tabasco, maggi, in un bicchiere bordato di sale, praticamente un bloody mary con la birra!) ci sta proprio tutta, anzi due che la prima è già finita durante la spiegazione!

continua