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Le case colorate del borgo di Tlaquepaque a Guadalajara.

I tessuti multicolori tipici del Messico.

Un punto vendita della tequila.

Soffiatura del vetro per la produzione di bottiglie.

Le bottiglie realizzate per accogliere l’ottimo Gran Patron Burdeos.

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Veduta della zona industriale di Guadalajara. Guadalajara comincia a stupirmi sempre di più, e da quella che doveva essere una città industriale, dove c’è fondamentalmente solo business, comincia ad uscir fuori un aroma di Messico molto piacevole, a partire dal “molcajete” fumante che mi portano a tavola mentre sto bevendo il mio primo vero margarita cocktail messicano.
Innanzitutto c’è da puntualizzare che il margarita era fatto con l’aggiunta di uno splash di succo di pompelmo ed era servito con delle scaglie di ghiaccio che lo rendevano freschissimo ad ogni sorsata: divino!
Poi devo spiegare cos’è il molajete: è un mortaio grande in pietra lavica, usato anticamente dagli aztechi per preparare salse o condimenti , o per preparare la famosa salsa guacamole (persone esperte mi hanno parlato della salsa guacamole fresca come di un potente viagra verde), ma che in questo caso viene usato come contenitore per una fumante e aromaticissima zuppa chiamata appunto “el molcajete”.
Insegna di un tipico ristorante a Guadalajara. Finito il nostro pranzetto un po’ azzoppato dal fuso orario e dai margarita, decido di tornare in hotel per preparami all’incontro con i proprietari di una famosa casa produttrice di tequila che sarebbe dovuto avvenire di lì a poco.
E infatti la mesa (la tavola) era già imbandita quando arrivo all’incontro e tra una pala di cactus condita, uova di formica in padella, tequila di alto livello e 10 tra i migliori barman europei, la circostanza è caliente.
Un po’ come i personaggi di un giallo di Agatha Christhie, ci ritroviamo in questa sala dove in un enorme camino c’era una mandria di manzi pronti a saltare nel mio piatto, camerieri versavano il tequila che dopo aver vissuto tre anni in botti di rovere, usate per un precedente invecchiamento di boubon whiskey americano, viene ridistillato ed imbottigliato cristallino. Nessuno di noi ha mai incontrato gli altri, e tanto meno il vice presidente della hacienda che ci ospita, “Tequila Patron”, sappiamo solo che nei prossimi giorni ci sfideremo nella singolar tenzone della preparazione di cocktails a base di tequila.
La Hacienda Tequila Patron. A circa due ore di macchina da Guadalajara , la mattina seguente all’alba (per non arrivare quando il sole è proibitivo nelle piantagioni) andiamo a visitare le colline dove si coltiva l’agave, questa pianta che ha bisogno di almeno otto anni di maturazione e di zone vocate, per poter far sì che da esse si estragga una melassa ricca di proprietà organolettiche, che daranno vita ad un distillato di grande pregio. Quando si parla di agave, molti non sanno che grazie alle importazioni dal Centro America dei secoli scorsi, in Italia è molto diffusa, naturalmente non la varietà adatta a fare il tequila (agave azul o agave tequilera), ma si trova spessissimo nei giardini come pianta ornamentale: è una sorta di enorme ananas seminterrata dalla quale escono delle foglie molto massicce a forma di spada e orlate da spine.
La tipologia dell’agave dalla quale si produce il distillato è “azul”, che significa azzurra: il nome è dovuto al particolare colore azzurro tenue che hanno le foglie, infatti quando cominciamo ad arrivare su queste colline il colpo d’occhio è formidabile, sembra che ci siano dei laghetti nel deserto, macchie azzurre, le coltivazioni di agave azul per l’appunto.
Sotto il sole andiamo a piedi nel campo dove ci aspettano gli “jimadores”, le persone incaricate del raccolto, che con destrezza e facilità tagliano le foglie e estraggono le piante, quasi per metà nel terreno: ovviamente ci provo anch’io ad usare questa sorta di accetta a manico lungo chiamata “jima”, ma con risultati nettamente diversi.
La stiva delle botti di tequila. La botte di rovere americano di Gran Patron Burdeos, una tequila anejo con un invecchiamento di almeno dodici mesi. Si riparte alla volta della Hacienda vera e propria, una sorta di castello in mezzo al deserto, dove all’interno si svolge tutto il processo produttivo di trasformazione della pianta in bevanda degli dei e tutt’intorno circondato da altre piantagioni di agave azul . Ovviamente lo sviluppo produttivo lo tralascio, per arrivare ad una delle cene più spettacolari della mia vita, servita in veranda al tramonto mentre quattro mariachi (tipici musicisti che si esibiscono con almeno tre strumenti a corda ed uno a fiato) accompagnavano insieme a fiumi di tequila un continuo di specialità locali sulle note di “cielito lindo”.
Il giorno a seguire. Guadalajara mi dimostra che non mi sbagliavo, e mi fa scoprire che è un’importante località per la produzione di vetro, e vado a visitare una vetreria dove si producono le bottiglie per il tequila, con una lavorazione quasi esclusivamente a mano: ovviamente anche qui ho voluto fare sfoggio delle mie capacità di esperto vetraio, orgoglioso italiano nel mondo, in fondo io arrivo dall’Italia, da Murano con furore, quindi impugno il cannello per soffiare la bolla di vetro… bè non sono proprio di Murano, sono di Roma e qualcuno se ne deve essere accorto…
Tlaquepaque poi, un bellissimo borgo ormai inglobato in Guadalajara, coloratissimo, è un susseguirsi di piccole botteghe di artisti locali che lavorano tessuti, argento, vetro e ceramiche, dove i colori sono una continua esplosione nei miei occhi.
La piantagione di agave azzurra dell’Hacienda Tequila Patron. Immancabili sono le botteghe dove è possibile rinfrescarsi la gola con una sana e corroborante birra gelata, magari accompagnata da una fetta di lime. A proposito di lime, quando bevete tequila, ma quella buona si intende, ovvero tequila fatta al 100% con agave azul (leggete le etichette quando ne volete comprare una bottiglia), lasciate il sale e il limone a qualche turista un po’ gringo, perché sale e limone servono solo a coprire i difetti di distillati che non valgono niente, tagliati con alcooli di origine cerealicola.
E vogliamo parlare poi dei chioschetti che preparano profumatissime carni grigliate da consumare in strada aspettando che l’imperatore si faccia vivo? Un po’ tutti mi hanno messo in guardia su quella che è la vendetta di Montezuma, ovvero dei problemini di stomaco dopo aver consumato cibo in strada. Lo spirito del Re azteco è stato benevolo con me questa volta, forse grazie al fatto che non ho mai rifiutato uno dei suoi calici con all’interno la sua aguardiente…
Que viva Mexico!!!

I jimadores addetti alla raccolta dell’agave azzurra. Utensili utilizzati dai jimadores per il taglio delle piante di agave. Il tipico jima, accetta di forma rotonda utilizzata per il taglio dell’agave. Il cuore delle piante di agave tagliato a spicchi.

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