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“Romanzo di una strage” e “Magnifica presenza”

 

di Enrico Cerulli


La locandina del film di Marco Tullio Giordana. In una Milano invernale, verso le quattro del pomeriggio, un uomo scende da un taxi con una borsa di cuoio, entra nell’affollata sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura e, dopo aver lasciato la borsa sotto il grande tavolo di legno del salone principale, si allontana. Poco dopo una fortissima esplosione, di potenza inaudita, svuota letteralmente i due livelli del vasto salone della banca, uccidendo all’istante 17 persone e ferendone altre 88. È il 12 gennaio 1969, da quel momento, secondo alcuni, l’Italia non sarà più la stessa.

Marco Tullio Giordana, con questo film, ricostruisce magistralmente il clima di quegli anni, in un Paese sull’orlo del golpe e attraversato ancora dalle proteste del ’68. Ritrae nitidamente i tanti personaggi di questa intrigata storia: anarchici, estremisti di destra e sinistra, uomini dello Stato di tutti i livelli, più o meno fedeli alla giustizia e alla democrazia. E cerca di darne una precisa e imparziale ricostruzione, che non ha convinto alcuni critici, ma che a noi sembra plausibile. Nell’Italia di oggi, dominata dalle lobby, in cui la criminalità dilaga e la classe politica stenta ad essere all'altezza della situazione, la versione di Giordana non sembra poi così stravagante.

Valerio Mastandrea nel ruolo del Commissario Luigi Calabresi. (foto 01 Distribution) Ci dovrebbe far riflettere il fatto che chiunque cercasse la verità sia stato messo da parte come il giudice Paolillo o ucciso come il commissario Calabresi. Oppure che dei capri espiatori venissero costruiti ad arte, offerti all’opinione pubblica, e poi eliminati anch’essi: come l’anarchico Pinelli e l’editore Feltrinelli. Ma questa era la strategia della tensione: bombe e attentati orditi da neofascisti con l’aiuto di servizi segreti “deviati”, la cui colpa doveva però ricadere su anarchici e comunisti. In modo che l’opinione pubblica fosse opportunamente “preparata” ad una possibile svolta autoritaria. Oppure semplicemente che gli italiani continuassero a votare Dc, “turandosi il naso” e senza “pericolose derive” a sinistra.

Pierfrancesco Favino interpreta l'anarchico Giuseppe Pinelli. (foto 01 Distribution) Dal punto di vista puramente cinematografico, il “prodotto” è ottimo: la sceneggiatura è avvincente, la fotografia efficace, le due ore abbondanti di narrazione scorrono senza stancare lo spettatore. Poi, pur riferendosi sempre a fatti e situazioni reali, il regista non manca di una certa creatività, soprattutto nel modo in cui certi personaggi e certe atmosfere vengono rese: uno su tutti l’ascetico e contorto Aldo Moro interpretato da Fabrizio Gifuni. Buone anche le interpretazioni di Valerio Mastandrea (commissario Calabresi) e Pierfrancesco Favino (l’anarchico Pinelli).

 

Mastandrea con Laura Chiatti nella parte di Gemma Calabresi. (foto 01 Distribution) Fabrizio Gifuni nei panni di Aldo Moro. (foto 01 Distribution) Una scena del film con Giorgio Tirabassi e Giorgio Colangeli. (foto 01 Distribution)

 

La locandina del film di Ferzan Ozpetek. Ma lasciamo gli scheletri e gli spettri di questa passata, ma non ancora risolta, stagione del nostro Paese per passare a degli altri, più simpatici, seppur malinconici fantasmi.

Quelli che Pietro, giovane gay, aspirante attore venuto dal Sud, troverà in una vecchia villetta nel signorile quartiere Monteverde a Roma. Ferzan Ozpetek immagina che questo ragazzo timido e solitario, in cerca di un alloggio a buon mercato, capiti in questa casa, in cui il tempo sembra essersi fermato agli anni ’40. All’inizio ci vive con la cugina Maria, aspirante avvocato, molto affezionata a lui, e che cerca anche di iniziarlo sessualmente, poi vi rimarrà da solo.

L'aspirante attore Pietro Ponte interpretato da Elio Germano. (foto 01 Distribution) Vittoria Puccini con Cem Yilmaz. (foto 01 Distribution) Cominciano ad apparirgli, come una strampalata famiglia, i membri di una compagnia teatrale che ha un passato tragico, proprio in relazione con quella casa. Tra il giovane e i fantasmi inizia un’amicizia di cui beneficeranno entrambe le parti. Pietro diventerà più sicuro di sé e riuscirà a scoprire il tragico passato di quegli attori-fantasmi, liberandoli dalla loro condizione. Il risultato è un film piacevole, interessante e misterioso, che alterna momenti leggeri e drammatici. È centrale il tema dei legami familiari, che seppur spezzati da vicende storiche, poi vengono riallacciati, in generale la malinconia per il tempo passato; indubbiamente c’è qualcosa di autobiografico che riguarda il regista stesso. Il protagonista è il quanto mai poliedrico Elio Germano, che con la sua convincente prova conferma il suo (meritato) successo. È indubbiamente uno dei migliori attori italiani. Una buona prova la offrono anche gli altri attori del cast: Paola Minaccioni, Giuseppe Fiorello e Margherita Buy sono i più noti. Qualche trovata di Ozpetek lascia un po’ perplessi: ad esempio lo strabordante Maurizio Coruzzo (in arte Platinette) che interpreta una sorta di regina-oracolo in una oscura corte-sartoria di trans!..

 

Elio Germano con Paola Minaccioni nel ruolo della cugina Maria. (foto Romolo Eucalitto)  Margherita Buy e Beppe Fiorello. (foto 01 Distribution) Gli attori anni Quaranta della Compagnia Apollonio. (foto 01 Distribution)

 

Da sapere – Per approfondire le trame occulte, i segreti e i fatti relativi alla strage, consigliamo il corposo libro inchiesta del giornalista Paolo Cucchiarelli, Il segreto di Piazza Fontana, edizioni Ponte alle Grazie, 2007.

Ad aprile gli unici film degni di nota sono Diaz di Daniele Vicari, sui fatti del G8 di Genova e Il primo uomo di Gianni Amelio, tratto dall’ultimo manoscritto, pubblicato postumo, dello scrittore Albert Camus. Per svago proponiamo Biancaneve, di Tarsem Singh, con Julia Roberts. Impossibile prevedere la qualità artistica di To Rome with Love, ultimo lavoro di Woody Allen, che dopo Midnight in Paris, prosegue il suo filone di “cinema turistico”.