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23 maggio 1992

di Sergio Trisolino

 

Giovanni Falcone.Ho sempre avuto la fortuna di lavorare in posti importanti, frequentati da gente importante. Si potrebbe disquisire su cosa e chi si ritiene importante.
E se essere vip coincide con l’essere importante. Giusto…anzi no. In realtà questa piccola premessa mi serviva per introdurre un ricordo speciale, a me caro, dedicato ad una persona veramente importante, scomparsa nel maggio ’92. Non parlo quindi di una delle stelline del G.F. o dell’attore di qualche fiction, ma del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie, la signora Francesca Morvillo, e dei ragazzi della sua scorta.
Ho avuto come clienti i coniugi Falcone diverse volte, l’ultima fu una settimana prima del loro assassinio. Lavoravo in un locale storico di Roma, il Fonclea, talent scout di tanti artisti e musicisti divenuti famosi nel tempo. Il giudice Falcone apprezzava molto la musica jazz, soprattutto il genere dixieland ed era un fan del maestro Gargiulo, uno di quelli della banda di Arbore.
Io ero poco più di un ragazzino e il mio approccio con lui fu tipico di uno che gode del favore degli anni acerbi della vita, privo di remore e sovrastrutture. Mi rivolgevo a lui come se fosse un cliente qualsiasi del locale, addirittura dandogli del tu pur mantenendo ovviamente il rispetto dei Giovanni Falcone insieme alla moglie, Francesca Morvillo.ruoli e della persona. Cosa che lui gradì molto. Viveva già “blindato” da diverso tempo e pareva divertito da questa spontaneità.
Ricordo che era goloso di quelle zuppette, quei connubi tra legumi e frutti di mare tipo fagioli e cozze o ceci e vongole, tanto in voga a quei tempi. Da barman ricordo una volta che mi chiese qualcosa di dissetante e non molto alcolico, tipo un gin-tonic ma con un qualcosa di diverso e io lo accontentai aggiungendo semplicemente poche gocce di Campari. Rimase contento.
Quello che mi colpì particolarmente era il suo sguardo, e il rapporto con gli uomini della sua scorta. Ho la sensazione che Falcone fosse un uomo curioso, dotato di un buon senso dell’umorismo e con una gioia della vita molto spiccato, rifletteva molto il suo essere uomo del sud e siciliano. Il suo sguardo però era velato come se avesse la sensazione che ogni attimo potesse essere l’ultimo e valesse la pena di essere vissuto in pieno con avidità, goduto.
Giovanni Falcone con gli uomini della scorta.Guardate che non sto facendo facile retorica o l’apologia dell’ovvio, ma vi riporto esattamente quelle che erano le mie sensazioni di allora vissute con l’occhio privilegiato del barman. Falcone si preoccupava molto, più che per se stesso, della sua scorta. Chiedeva sempre se i poliziotti avessero mangiato e se avessero ricevuto tutto quanto. Feci amicizia con loro. Persone straordinarie nella loro semplicità, dedite totalmente a proteggere non solo quello che il Giudice rappresentava, cioè l’istituzione, ma soprattutto l’uomo.
Ricordo anche che quella sera, pochi giorni prima della tragedia, mi misi a conversare anche con loro. Lo sapevano. Non sapevano quando, ma sapevano che erano condannati a morire. Eppure, era tale il carisma di quel magistrato che per lui si sarebbero gettati tra le fiamme.
Onore al giudice Giovanni Falcone, a sua moglie e ai poliziotti della scorta e ai valori che hanno saputo trasmetterci… Grazie ancora.