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di Max D’Addezio

 

Stemma di L'Aquila, posta sulla Torre Civica attualmente in restauro. (foto Giovanni Lattanzi/foto.inabruzzo.it) Ogni volta che ho avuto il piacere di fare un esperienza di viaggio, ne ho sempre approfittato per condividere le mie esperienze, raccontando le mie avventure da barman/cliente dentro i locali che ho trovato e provato, consigliando indirizzi o piatti da provare qui e li nel mondo, cercando di condividere la gioia del viaggio.

Stavolta invece non ho una gioia da condividere ma un fastidio sordo, non parlerò come un barman un po’ irriverente ma come un membro di una società che dovrebbe essere civile, come un uomo che mentre cammina si trova improvvisamente su di un ponte che all'improvviso si interrompe, senza la possibilità di continuare, con davanti il vuoto e un silenzio molesto che fa male non ai timpani, ma all’anima.

A volte si parte per divertimento e altre volte si parte per lavoro, altre volte invece si parte per necessità, e nella testa c’è il bisogno di arrivare in un luogo più o meno familiare, dove trovare un minimo di conforto, quasi la stessa sensazione che si ha quando si ritorna a casa, la propria tana, alla ricerca della propria intimità, dove rimuginare su quanto fatto e progettare su quello che è da fare.

La Fontana delle 99 cannelle che non ha subito alcun tipo di danno, quasi a testimoniare la tenacia dell'Aquila e del suo popolo. (foto Massimo D'Addezio) Non ero più stato a L’Aquila da quando quattro anni fa la sciagura si è abbattuta sulla città… quando forse parlare di sciagura può risultare addirittura riduttivo in paese come l’italia, scritto con la “i” minuscola; la città sembra che sia stata sbattuta come un tappeto, e le lesioni sulle mura hanno la strana forma di una “x”, quasi a presagire quello che sarebbe stato scritto sul destino di questa città qualche secondo dopo le scosse letali delle 3.32 a.m. del 6 aprile 2009.

Ovviamente oltre alle mura della città e degli altri paesi limitrofi, quello che più di ogni altra cosa è stata scossa è l’anima delle persone che si sono trovate di fronte al vero significato della parola “Apocalisse” con la “A” maiuscola, e che nel giro di una manciata di secondi hanno dovuto cambiare il loro modo di relazionarsi con la vita e con quello che fino a qualche istante prima era la più pura normalità, e che hanno perso la loro “tana”.

Il cartello che delimita la zona rossa interdetta ai visitatori con accesso soltanto agli addetti ai lavori. (foto Massimo D'Addezio) Entrare in una via del paese e vedere facciate crollate, smontate, con rubinetti a penzoloni è la sensazione ascrivibile a quella del ponte interrotto, una sensazione che ti gela dentro che ti dice cosa è successo alle 3.32 di quella maledetta notte, quando qualcuno ha perso tutto quello che aveva, la vita stessa in 308 casi, e che potevamo essere io o chiunque altro di noi a vivere l’inferno del terremoto.
Qualcuno mi dice “i morti sono stati 308 in tutta l’area” e penso che siano stati anche pochi rispetto a quello che vedo intorno a me. Vedo impalcature che reggono case con danni che con molta probabilità saranno impossibili da restaurare, e subito ho il sospetto che si stia lucrando alla “italica maniera”, sulla pelle dei miei fratelli. Vedo quartieri ricostruiti fuori dal centro, e c’è qualcuno che mi dà delle indicazioni stradali con una sorta di nuova toponomastica dicendomi “dopo le case di Berlusconi gira a destra”. Camminando nel centro storico c’è la percezione nel silenzio desolante di una desolazione silenziosa, come se quel luogo abbandonato fosse già dimenticato da tutti.

I gravissimi danni nelle vie del centro storico. (foto Massimo D'Addezio) Ponteggi e putrelle su un edificio pericolante. (foto Massimo D'Addezio) Gli aquilani non hanno dimenticato al contrario, anzi; loro in quelle vie hanno le case, i negozi, i ricordi di una vita che non deve finire, loro sono persone normali che hanno bisogno di noi, hanno bisogno di persone normali con cui confrontarsi, parlare, raccontare, elaborare il lutto di una vita normale, hanno bisogno di persone normali che vadano lì a far ripartire la loro normalità, la loro economia, che li aiuti a riprendersi la dignità di cittadini.
C’è bisogno di tenere alta l’attenzione su queste situazione, dobbiamo andare il week end a L’Aquila a camminare in giro e come fanno gli osservatori dell’Onu in paesi in guerra, dobbiamo far capire a chi vuole lucrare sulla pellaccia dura degli abruzzesi che non possono fare quel che vogliono, la mafia delle ricostruzioni deve essere sotto controllo, dobbiamo far capire che la coscienza di un qualsiasi cittadino è lì in giro a vigilare!

Non voltiamo la testa dall’altra parte pensando che tanto c’è qualcun altro a vigilare, non facciamoci prendere solo dall’enfasi del momento iniziale della tragedia quando seduti sul divano ci beiamo di uno spettacolo struggente in tv, l’emergenza è in corso, e per fare solo un esempio che purtroppo conferma i miei sospetti, mentre scrivo esce la notizia grazie ad un reportage delle “Iene” di Italia 1 che una parte delle case antisismiche costruite nei primi giorni dell’emergenza dovranno essere sgombrate poiché sono state fatte con calcestruzzo di infima qualità e senza nessun dispositivo antisismico: che chi abbia ordito una cosa del genere sia maledetto, come loro hanno maledetto la vita di chi era già condannato.

Svegliamoci dal torpore di un sonno che attanaglia la coscienza civica e facciamo qualcosa per far risorgere il bello della nostra vita, l’amor proprio che dovrebbe poi costituire la COLLETTIVITA’ scritto tutto maiuscolo e non aspettiamo che arrivi “il risolutore” o il “duce del 2000”, perché l’unico risolutore è ognuno di noi, facenti parte di un'unica entità, quella del popolo italiano libero!

 

Nota dell’Editore:

Conosco Max D’Addezio da diversi anni ormai, e l’ho sempre visto brillante ed “effervescente”. Se questo suo racconto di un giro per le strade dell’Aquila trasuda indignazione e accoramento, significa che la situazione è davvero grave e pesante, e occorre che sia assolutamente modificata. In meglio, e presto. Perché L’Aquila è da secoli una delle città d’arte più belle della nostra penisola, e non merita queste ferite. Soprattutto non merita il silenzio, o la dimenticanza.

Mi torna alla memoria uno dei capitoli più interessanti di un libro molto bello, Eat Parade (Edizioni Rai Eri – Vallardi) uscito nel 2011 e firmato da Bruno Gambacorta, giornalista del TG2 Rai e autore dell’omonima, fortunatissima rubrica televisiva. Il capitolo s’intitola “Il terremoto del gusto”, e propone alcuni protagonisti della migliore tradizione culinaria dell’Aquila che hanno deciso, malgrado tutto, di non arrendersi. Tra loro, c’è una giovane donna giovane e determinata: la chef Marzia Buzzanca, che nel suo ristorante “Percorsi di gusto” di Via Leosini 7 all’Aquila s’impegna in una sfida quasi impari, armata solo del suo talento. (Eugenia Sciorilli)

La chef Marzia Buzzanca. Gelato parmigiano cipolla in carpione e lingua di gatto. Pizza al salmone e semi di finocchietto. Un dessert preparato da Marzia Buzzanca.