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Articoli pubblicati
nella stessa rubrica

Impressioni d’Autunno

Le melodie della natura

Atmosfera natalizia

 

 

A cura di
La Matta, la Saggia e l’Innocente


 

Alla Moschea di Bibi Khanum a Samarcanda in Uzbekistan è legata una celebre e tragica leggenda.

Alla Moschea di Bibi Khanum a Samarcanda in Uzbekistan è legata una celebre e tragica leggenda. Siamo nel 1399, Bibi Khanum principessa mongola e moglie favorita del terribile condottiero Tamerlano, decide di far costruire una monumentale Moschea per fare una sorpresa al marito lontano per una campagna di guerra. L’architetto incaricato si innamorò perdutamente della bellissima principessa e minacciò di non finire in tempo la costruzione, se lei non gli avesse permesso di darle almeno un bacio su una guancia. Bibi-Khanum preoccupata che Tamerlano tornasse e che la moschea a cui tanto teneva non fosse ultimata a causa dei ricatti dell’architetto, finì per cedere alle sue voglie… e si lasciò baciare. Terribile errore! Quel bacio fu così focoso da lasciarle un bruciatura sulla guancia. E a nulla servì coprire il volto con un velo. Tamerlano scoprì il tradimento e accecato dalla gelosia ordinò che una parte della moschea, appena finita, fosse trasformata in una tomba dove fece seppellire viva la moglie infedele. L’architetto si rifugiò in cima al minareto e piuttosto che essere catturato preferì buttarsi giù per morire. Ma mentre precipitava gli spuntarono le ali e volò via. Tamerlano impose a tutte le donne del suo regno, di coprire il volto con un velo per evitare di rappresentare una tentazione per gli uomini. Da qui, secondo la leggenda, l’origine del chador.

 

 

Bahiyyih Nakhjavani

Era sicuro che la masnada non l'avrebbe inseguito fino a lì; era certo che nessuno, per quanto famelico, avrebbe mai osato violare il santuario dell'harem reale.

Bahiyyih Nakhjavani



Molto tempo fa, in Cina, c'erano due amici, l'uno molto bravo a suonare l'arpa

Molto tempo fa, in Cina, c'erano due amici, l'uno molto bravo a suonare l'arpa e l'altro molto bravo ad ascoltare. Quando il primo suonava o cantava di una montagna, il secondo diceva:
« Vedo la montagna come se l'avessimo davanti ».
Quando il primo suonava a proposito di un ruscello, colui che ascoltava prorompeva:
« Odo l'acqua che scorre! ». 
Ma quello che ascoltava si ammalò e morì. 
Il primo amico tagliò le corde della sua arpa e non suonò mai più.
 Da allora, tagliare le corde dell'arpa è sempre stato un segno di grande amicizia.

 

 

Ryokan, un maestro di Zen

Ryokan, un maestro di Zen, viveva nella più assoluta semplicità
in una piccola capanna ai piedi di una montagna.
Una sera un ladro entrò nella capanna e fece la scoperta che non c'era proprio niente da rubare.
Ryokan tornò e lo sorprese. «Forse hai fatto un bel pezzo di strada per venirmi a trovare,» disse al ladro «e non devi andartene a mani vuote. Fammi la cortesia, accetta i miei vestiti in regalo».
Il ladro rimase sbalordito. Prese i vestiti e se la svignò.
Ryokan si sedette, nudo, a contemplare la luna. «Pover'uomo,» pensò
«avrei voluto potergli dare questa bella luna».

 

 

Favola della Repubblica Ciuvascia

Tanto tempo fa, l’autunno arrivò con molto anticipo. Gli alberi avevano ancora tutte le foglie, ma faceva già molto freddo. Gli uccelli si affrettarono verso i luoghi caldi. I serpenti, le lucertole e le altre bestiole dei boschi si rintanarono come potettero. Soltanto un piccolo uccellino dall’ala ferita non poté volare con gli altri e rimase solo solo sotto il vento gelido. Saltellò fino al bosco vicino e si rivolse alla betulla: “Fammi svernare fra i tuoi rami, ho molto freddo qui fuori!” “Ho troppo da badare alle mie foglie per pensare a te” fu la risposta. Allora l’uccellino saltellò sino alla quercia: “Tu che sei così grande fammi posto fra i tuoi rami fino a primavera”. “Se incominciano ad arrivare estranei, non mi rimarrà neppure una ghianda! Vattene per la tua strada!” Vicino al fiume un albero affondava i rami nell’acqua, pieno di ammirazione per l’immagine riflessa. L’uccellino gli chiese asilo, ma non ebbe risposta. L’uccellino andò avanti. Lo vide un abete che gli chiese: “Dove vai tutto solo, perché non sei volato via con gli altri?” “Ho un’ala spezzata, non posso volare”. “Che disgrazia! Vieni a vivere con me fino a primavera. Ti riscalderò con i miei rami frondosi”.
Anche un vecchio pino che stava nelle vicinanze ebbe compassione:- “Non ho i rami così frondosi, però ti proteggerò dal vento”. E il cespuglio di ginepro aggiunse:“Fatti coraggio, potrai mangiare le mie bacche”.
Una notte il vento chiese il permesso a Nonno Gelo di strappare le foglie agli alberi. “Fa’ pure, - disse Nonno Gelo - ma non toccare le piante che stanno proteggendo l’uccellino”. Il vento obbedì e non toccò l’abete, il pino e il ginepro, i quali rimasero sempreverdi da quel momento.

Favola della Repubblica Ciuvascia

 

 

Hui Hai

Non vantatevi delle vostre virtù, né invidiate le capacità degli altri. Esaminate le vostre azioni; non attaccatevi agli errori degli altri. Così facendo non incontrerete ostacoli in nessun luogo e godrete naturalmente la felicità. La tolleranza è la migliore via; Ma prima allontanate sia l’“io” che l’“altro”.

Hui Hai


da “Il libro delle 399 Meditazioni Zen”

Centinaia di fiori in primavera, la luna in autunno, la brezza fresca d’estate, la neve d’inverno.
Se non occupi la tua mente in inutili cose, ogni stagione è per te una buona stagione.

tratto da Il libro delle 399 Meditazioni Zen


 Una bambola di sale voleva ad ogni costo il mare.

Una bambola di sale voleva ad ogni costo il mare. Era una bambola di sale, ma non sapeva che cosa fosse il mare. Un giorno decise di partire. Era l’unico modo per soddisfare la sua esigenza. Dopo un’ interminabile pellegrinaggio attraverso territori aridi e desolati, giunse in riva al mare e scoprì qualcosa di immenso e affascinante e misterioso nello stesso tempo. Era l’ alba, il sole cominciava a sfiorare l’ acqua accendendo timidi riflessi, e la bambola non riusciva a capire. Rimase lì impalata a lungo, solidamente piantata al suolo, la bocca aperta. Dinanzi a lei, quell’ estensione seducente. Sì decise. Domandò al mare : - Dimmi chi sei ? - Sono il mare. - E che cos’è il mare ? - Sono io ! - Non riesco a capire, ma lo vorrei tanto. Spiegami che cosa posso fare. - E’ semplicissimo: toccami. Allora la bambola si fece coraggio. Mosse un passo e avanzò verso l’ acqua. Dopo parecchie esitazioni, sfiorò quella massa con un piede. Ne ricavò una strana sensazione. Eppure aveva l’ impressione di cominciare a comprendere qualcosa. Allorché ritrasse la gamba, si accorse che le dita dei piedi erano sparite. Ne risultò spaventata e protestò : - Cattivo ! Che cosa mi hai fatto ? Dove sono finite le mie dita ? Replicò imperturbabile il mare: - Perchè ti lamenti ? Semplicemente hai offerto qualche cosa per poter capire. Non era quello che chiedevi ? …. L’ altra piatì: - Sì veramente, non pensavo…, ma…
Stette a riflettere un po’. Poi avanzò decisamente nell’ acqua. E questa, progressivamente, la avvolgeva, le staccava qualcosa, dolorosamente. Ad ogni passo, la bambola perdeva qualche frammento. Ma più avanzava, più si sentiva impoverita di una parte di se, e più aveva la sensazione di capire meglio. Ma non riusciva ancora a dire cosa fosse il mare. Cavò fuori la solita domanda: - Che cosa è il mare ? Un’ ultima ondata inghiottì ciò che restava di lei. E proprio nell’ istante in cui scompariva, perduta nell’ onda che la travolgeva e la portava chissà dove, la bambola esclamò: - Sono io !

 

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