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A Tavola con lo Chef

 


 

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di Max D’Addezio *

Il ruolo di un ambasciatore è un ruolo difficile, è un lavoro duro, sempre sospeso tra due o più parti, sempre impegnato a mediare, a far sì che una parte trovi l'armonia con l'altra, o impegnato a far in modo che delle decisioni "forti" siano ben volute anche ai più intransigenti.
L'ambasciatore, è colui il quale porta un'informazione in seguito ad un incarico ricevuto (cit. wikipedia) che svolge un servizio di divulgazione, oltre che di difesa degli interessi di colui il quale lo ha investito del suo importante ruolo.

Maggiore è il corredo culturale che un ambasciatore accumula, maggiore è la sua possibilità di dialettica quando impegnerà un luogo, con il suo portamento ufficiale, dove tirar fuori il meglio di sé. Ma ahimè, solo una bella livrea, senza un contenuto, non basta mai, e il contenuto, quando è di peso deve essere un contenuto che viene da lontano, proveniente da una famiglia con "radici" in grado di trasmettere la linfa che a sua volta sarà in grado di crearne delle nuove
Un vero ambasciatore è quello che non indietreggia mai, davanti a nessuno, tutt'al più cede il passo per cortesia, o semplicemente perché a volte non è necessario dimostrare di essere i più "forti" in assoluto, perché il più delle volte l'eleganza e la cultura prevaricano l'irruenza.

La pregiata bottiglia numerata in vetro soffiato con la riproduzione dell'etichetta originale del 1786. (foto Carpano) L'etichetta dei Fratelli Gancia, produttori dal 1850. (foto Archivio Storico Città di Torino) Antica cartolina pubblicitaria del Palazzo Martini & Rossi. (foto Archivio Storico Città di Torino)

A volte il buon ambasciatore, per capire bene il significato vero del messaggio che porta con sé lo deve guardare dal di fuori, deve andare lontano per poter poi tornare un giorno, nella sua patria e dire "Sì, ho capito. Sono pronto per un nuovo viaggio, un nuovo incarico". E a volte anche chi ascolta il suo messaggio e parla la sua stessa lingua, ha bisogno di uno straniero che glielo spieghi.

E a volte l'ambasciatore è il Vermouth di Torino, che da più di duecento anni continua ad essere il portatore di un messaggio di cultura e bontà in ogni angolo del mondo, portando in sé i profumi e le caratteristiche di una terra, l'Italia, fucina di aromi e passioni, rendendo esso stesso riconoscibile come tale, italiano.
Il vermouth nel manhattan, deve essere pronto a mediare la forza del whiskey e cambiare le sue proporzioni in base al whiskey scelto. Il vermouth è un invenzione italiana, a Torino il vermouth rosso ha avuto la sua genesi.

L'etichetta del Vermouth Anselmo prodotto dal 1884. (foto Vermouth Anselmo) La distilleria Giulio Cocchi attiva dal 1891. (foto Cocchi) Il Vermouth del Professore nelle versioni bianco e rosso. (foto Mixerplanet)

L'etichetta del Vermout di TorinoLo stand Cocchi al Salone del Gusto di Torino 2014. (foto Salone del Gusto) Lo spazio Enoteca del Salone del Gusto 2014. (foto Lingotto Fiere)

Una bella bottiglia non identifica mai il contenuto, ma serve una grande cura nella selezione degli elementi aromatici del territorio, sia per rispettare la tradizione sia per garantire un grande prodotto. Il vermouth con la sua aromaticità riesce a tenere testa anche alla irruente forza e speziatura di un london dry gin.

Il vermouth fu scoperto e utilizzato come ingrediente nei cocktails nella seconda metà dell'Ottocento negli Stati Uniti, e solo durante il proibizionismo (1919 - 1933), con la fuga degli shaker in Europa, si è diffusa anche in Italia la passione per il vermouth nel bere miscelato.

(Pensieri a tergo della presentazione del "Vermouth di Torino & Co." all'interno del Salone del Gusto di Torino, dove ho avuto l'onore di essere relatore, come professionista del settore miscelazione).

Salute!


* Patron del wine bar Co.So. nel quartiere romano Pigneto (Via Braccio da Montone 80)