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A Tavola con lo Chef

 


 

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Un famoso barman e la sua recente avventura milanese

 

di Max D’Addezio

 

Metti un pomeriggio assolato di inizio aprile, nel centro di Milano, all’interno di un vivaio, in compagnia di una ventina di barmen, come avrebbe cantato Ornella Vanoni “in questo posto impossibile”, con un Hendrick’s Tonic in mano, metti che ti trovi a parlare di Amazzonia e di esperimenti botanici a base di erbe dai nomi improbabili e dai sentori ancora più indicibili, ecco che ti trovi a passare un pomeriggio dai contorni frizzanti come l’acqua tonica che versi nel gin!

Quando l’occasione di un incontro non è vendere o comprare, ma è quella della pura convivialità, il tempo vola e volano anche le idee, vola la creatività e l’unica cosa che non vola più (permettetemi la battuta macabra) è la cavalletta che ad un certo punto mi è stata servita su pane al rabarbaro e crema inglese al lemon grass!

Si, perché come premesso, la merenda era in tema amazzonico e abbiamo parlato delle avventure dei ricercatori di spezie (scozzesi) che si sono inoltrati all’interno del cuore verde del Sud America alla scoperta di nuove cose verdi da mettere in un gin che è già perfetto di suo.

Quindi per entrare meglio nell’atmosfera perché non degustare queste prelibatezze (???) come formiche, su di un ceviche, le quali con la loro sapidità portano a compimento il condimento del sapore delicato del pesce.

Perché poi tra un piatto e l’altro, provando un cocktail martini aromatizzato con il distillato di un'erba che si chiama “scorpion tale" (coda di scorpione), non sgranocchiare delle “hormigas culonas de colombia”, che altro non sono se non delle enormi formiche con un altrettanto enorme fondoschiena, buone come del mais tostato?

Veduta aerea della foresta tropicale brasiliana attraversata da vari fiumi. (foto Visit Amazonas)
Pane al rabarbaro con crema inglese al lemon grass con cavallette. Ceviche di pesce crudo e formiche. Distillato di scorpion tale e guaranà. Baco da seta essiccato con macedonia di mango, papaya e maracuja.
Foody, la mascotte di Expo 2015. (foto Expo 2015) L'area del Future Food district nel cuore dell'esposizione. (foto Expo 2015) Attrezzi e macchine come simboli della nascita dell'agricoltura. (foto Expo 2015)
Il Cluster del caffè. (foto Expo 2015) Il Cluster delle spezie. (foto Expo 2015)

E ancora: perché non dare un mozzichetto ad un grosso baco da seta essiccato (non del tutto!), in accompagnamento ad una gustosa macedonia di frutta come maracuja, mango e papaya?

E poi per esempio, perché non bersi un gin sour con una “crusta” sul bordo del bicchiere preparata con grilli fritti e ridotti in polvere? A proposito, i grilli sono stati buoni anche in una guacomole servita con tacos di mais.

Fino ad ora sembra un racconto di fantasia che si inventa per impressionare un bambino, invece no, è stata una semplice degustazione di cibi che in altre parti del mondo vengono consumati normalmente come apporto proteico a diete sane e di certo non basate su allevamenti o coltivazioni intensive, e se posso confessare una cosa, è meno traumatico mangiare una cavalletta, che gli intestini di un cucciolo appena nato a cui fanno fare una poppata di latte dalla madre e poi lo ammazzano! Sono stato brutale? Sì, ma la pajata romana questo è!! Anzi il Marchese del Grillo di Monicelli l’avrebbe descritta in maniera più colorita!

Comunque il mondo fatto di altre culture a tavola è alle porte, ed è a questo punto che faccio una liaison con la mia permanenza a Milano che apre le porte all’Expo (1 maggio 2015) e sarà interamente basato sull’alimentazione.

E già, il tanto atteso Expo è ormai aperto, e lontano è il 1906, quando l’esposizione universale celebrò il traforo del Sempione che unì Milano al resto d’Europa o la realizzazione del parco Sempione. Il problema stavolta è che agli organizzatori italiani è sfuggito lo spirito dell’iniziativa, e hanno lavorato affinché l’expo si trasformasse in una sorta di fiera di paese da smontare fra sei mesi, e che l’occasione non era quella di costruire qualcosa di definitivo e realmente utile per la vita del ventunesimo secolo, ma una sorta di festa dell’unità dove vendere salsicce e birre o tutt’al più kebab, sushi e cavallette.

Vabbè…vorrà dire che questa volta anziché pensare a Milano come la città da bere, penseremo a Milano come la città da mangiare…

Salute!

 

 

 

 

 

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