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A Tavola con lo Chef

 


 

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Un famoso barman fa tappa all'Expo Milano 2015,
che il 21 ottobre chiude i battenti,
regalandoci un racconto ironico e ricco di dettagli

 

di Max D’Addezio

 

Lo sapevo, lo sapevo, avrei dovuto scagliarmi con più veemenza fin dall’inizio, fidandomi del mio istinto di turista sempre attento a non prendere la “sola”. E invece no, sono stato gentile, mi sono detto che forse ero stato superficiale a giudicare l’Expo solo da una visita di tre ore, e che sarei dovuto andare a spendere i miei belli 52 euri (da moltiplicare x 2 visto che tanti eravamo) per due giorni immersi nell’internazionalità cosmica dell’era della globalizzazione, per avere una visione più oggettiva dell’esposizione universale. Potrei terminare qui dicendo: se volete sapere qualcosa in più sui paesi che espongono armatevi di una buona poltrona, una connessione internet decente e andate su YouTube con il vostro pc di casa e cercatevi dei video tutorial, così da risparmiare tempo, denaro e Co2 emessa per i vostri spostamenti.

Io pensavo che fare la fila ci facesse accedere a profumi che arrivavano da lontano, suggestioni di luoghi che non avevo mai visitato, invece no, le file ci hanno fatto accedere come delle pecorelle a dei piccoli cinemascope, che nel migliore dei casi (Thailandia) la seconda parte del filmino veniva proiettato con un gioco di specchi in un acquario virtuale (parola che ricorrerà spessissimo), al quale sfortunatamente non abbiamo potuto accedere perché avevano fatto entrare un numero superiore di persone rispetto alla reale capacità.

Veduta aerea dell'Expo 2015. (foto Expo 2015) Il Decumano. (foto Expo 2015)

L'Albero della Vita. (foto Expo 2015)

La Cina e Israele hanno ben capito lo spirito dell’Expo, ovvero presentare le tecnologie, gli studi che portano a discussioni sulle dinamiche dell’alimentazione, ma a parte la virtualità, hanno aggiunto i richiami a quanto sono bravi e potenti: pura e neanche tanto malcelata propaganda politica.

La Russia ha costruito un balcone più alto di quello degli Stati Uniti, manco fossimo nel 1984. Poi gli americani hanno avuto la buona idea di costruire un orto verticale (bello e geniale veramente) che ricopre tutto il loro stand, con all’interno i video di Obama che racconta le sue frustrazioni nel convivere con una donna che gli impedisce di mangiare hamburger e bere bibite gasate, e poi fuori sono parcheggiati 4 enormi food truck (cucine semoventi) che aspettano per accontentare visitatori affamati di junk food (cibo spazzatura, generalmente così definito dagli stessi che lo producono) un po’ come i cacciatori aspettano gli stormi di uccelli migratori all’arrivo sulle coste, stremati e bisognosi di calorie! I russi invece, oltre ad un triste ristorante che vende salmone, ed un mini bistrò che vende salmone, hanno messo le fotografie di centinaia di specie vegetali all’entrata e un banchetto con paccottiglia simil portaportese all’uscita.

Al Turkmenistan secondo me gli organizzatori gli hanno detto per convincerli a venire e pagare l’affitto che l’Expo è una fiera del tessile e del libero scambio del gas, poi probabilmente le tre buste di pesce secco erano i pranzi dello staff.

Al Bahrein, Qatar, Malesia, hanno detto che era una fiera sulla promozione turistica e che siccome eravamo vicino a Monza c’entrava qualcosa anche la Formula 1: forza Ferrari!

E poi l’ottimizzazione italiana per eccellenza, per la serie vi prendo per i fondelli e vi presento la “supercazzola” (citazione da “Amici miei” di Monicelli): i CLUSTER!

Padiglione Thailandia. (foto Expo 2015) Padiglione Cina. (foto Expo 2015) Padiglione Israele. (foto Expo 2015)

Padiglione Federazione Russa. (foto Expo 2015) Padiglione Stati Uniti. (foto Expo 2015)

Padiglione Turkmenistan. (foto Expo 2015) Padiglione Barhain. (foto Expo 2015) Padiglione Malesia. (foto Expo 2015)

Dicesi cluster agglomerato, in un capannone addobbato ad hoc, di diverse nazioni collegate tra di esse tramite un nesso filologico come il caffè o i cereali e tuberi, cacao e cioccolato, l’aridità o il mare. Purtroppo lo sviluppo per molti di questi paesi è ancora un miraggio lontano e tanto meno la possibilità di poter sviluppare un discorso sull’alimentazione, quindi gli hanno detto che potevano vendere borse in pelle (che di lì a poco nello stand dei parchi nazionali italiani la Forestale invita a non comprare perché molte volte le pelli sono di contrabbando) o collanine o ciondoli o di fare divulgazione turistica. A parte che i paesi veramente ricchi come il Kuwait, Israele, Oman e Bahrain facendo parte dei paesi aridi hanno comunque deciso di avere un proprio sito e di non mischiarsi con quei poveracci che gli forniscono durante l’anno la schiavitù per i loro harem dorati, un tanto decantato tè alla menta, tipica bevanda del deserto, costa 3,50 eurini e poi paesi come la Mauritania hanno subaffittato il loro ristorante ai vietnamiti (??? c’era una rubrica su Cuore, settimanale di satira, che si intitolava È tutto vero!).

I degni di nota?

Gran Bretagna con il suo monumentale monumento al fondamentale lavoro delle api, ovvero un enorme alveare fatto di acciaio connesso con un alveare vero posto in Inghilterra che interagivano tramite sensori che illuminavano led nelle arnie virtuali dove eravamo noi visitatori quando un'ape entrava realmente nell’arnia in Inghilterra. Si arrivava alla costruzione passando attraverso un prato posto all’altezza del nostro naso, all’incirca un metro e sessanta centimetri da terra, per farci vedere il prato come se fossimo delle api alla ricerca del fiore. Bellissimo.

Padiglione Inghilterra. (foto Expo 2015) Padiglione Austria. (foto Expo 2015) Padiglione Repubblica islamica dell'Iran. (foto Expo 2015)

Padiglione Indonesia. (foto Expo 2015) Padiglione Polonia. (foto Expo 2015) Padiglione Kazakistan. (foto Expo 2015)

Austria con la costruzione di un bosco vero, umidificato tramite energie rinnovabili (sole e vento), dove ci si poteva immergere per qualche minuto alla scoperta delle atmosfere austriache: poco inerente al food, molto utile per far apprezzare la natura.

Ottimi i ristoranti dell’Iran e dell’Indonesia, e soprattutto bello lo stand dell’Iran, che ha esposto tutto il loro mondo alimentare senza cadere nella propaganda come qualche altro paese sopracitato, e belli gli spettacoli di danza di entrambi i paesi.

Italia e Giappone non pervenute, causa innaturali file di persone, la cui attesa sfiorava e sorpassava le 4 ore, che mi sembra veramente esagerato per vedere un film.

Menzione speciale per la Corea del Sud e per la Polonia, per gli stand belli e ben organizzati, i primi per la spiegazione esauriente del fondamento della loro cucina ovvero il “Kimchi” , che sintetizza appunto l’arte della fermentazione del cibo, che diventa elisir di lunga vita, e i secondi per la spiegazione della loro cultura culinaria con semplicità. Da ricordare ai Kazaki che purtroppo in Italia il gruppo pop/folk/rock dei Ricchi e Poveri non va più di moda.

E adesso? Ci facciamo prendere dalla spasmodica voglia di andare all’Expo al grido di “prima che sia troppo tardi”, oppure con lo stesso motto diciamo “prima che sia troppo tardi, rivendo i biglietti ad un amico ignaro?”

Ai posteri l’ardua sentenza…

Salute!

 

www.expo2015.org/it/


 

 

 

 

Studio Placidi