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Un film una città: Varsavia
“Il pianista” di Roman Polanski (2002)

 

di Bruga

L'autobiografia di Wladyslaw Szpilman nella traduzione italiana, Baldini Castoldi 2008. Avrei potuto lasciare inalterata l’intestazione della rubrica, perché il capolavoro di Polanski è tratto in effetti dall’omonimo libro autobiografico di Władysław Szpilman, pubblicato in Italia nel 2008 da Baldini Castoldi, ma la fama del film supera di gran lunga quella del volume e dunque mi è sembrato opportuno fare riferimento a un’opera giustamente famosa anche fra il più ampio pubblico televisivo. A parte la drammaticità delle vicende raccontate, il libro e il film sono un riferimento fondamentale anche per chi visiti la capitale polacca: è difficile percorrerne anche solo pochi metri di strada senza trovare targhe e monumenti che ricordino l’occupazione nazista del paese e in particolare di Varsavia (1939), la progressiva persecuzione della vasta comunità ebraica e la creazione del ghetto, fino alle deportazioni nei lager (1942) e alla rivolta del 1944. Un evento che spianò la strada alle truppe sovietiche, con ciò creando le premesse per un'altra tragedia storica, chiusasi solo negli anni Novanta col ritorno della democrazia, seguito dall’ingresso nell’Unione Europea e la recente svolta autoritaria e isolazionista.

Il museo più importante di Varsavia, direi assolutamente imperdibile, è il POLIN, ovvero il “Museo sulla storia degli ebrei polacchi”, che si trova al centro di un parco sulla Anielewicza, a poche decine di metri da ciò che rimane del ghetto descritto dal “Pianista” (www.polin.pl). Il museo, opera dello studio finlandese Lahdelma & Mahlamaki, è bellissimo da fuori e ancor più bello internamente. In otto gallerie sono descritti mille anni di ebraismo in Polonia, cioè di fatto la storia polacca tout court, vista l’importanza di quella comunità negli equilibri politici e nello sviluppo economico e culturale del paese. Pensate che fino all’arrivo dei nazisti, in Polonia vivevano quasi tre milioni e mezzo di ebrei. La loro storia è raccontata in modo molto comprensibile, con ricostruzioni al computer, cartine e musiche, mobili e oggetti, fino alla parte più drammatica, appunto quella dell’Olocausto, a cui sopravvisse solo il 10 per cento della comunità. La successiva campagna antisemita, avviata nel 1968 dal regime comunista, ridusse questo gruppo ad appena 10mila persone!

Non mi sembra di esagerare se affermo che il museo POLIN è più bello e comunica meglio il suo messaggio di quello, comunque importante e significativo, costruito a Berlino dal grande architetto Libeskind.

L'attore statunistense Adrien Brody nel ruolo di Szpilman nel film Il pianista di Roman Polanski. (foto 01 Distribution) La Chiesa del Seminario ricostruita su disegno di Bernardo Bellotto. (foto Bruga) Il Memoriale Mila 18, ex bunker dei combattenti ebrei. (foto Bruga)

L'obelisco in granito con i nomi dei 51 combattenti ebrei caduti a Mila 18. (foto Bruga) Il Monumento a Jan Karski, eroe della resistenza polacca al nazismo. (foto Bruga) Il Monumento ai deportati ebrei. (foto Bruga)

Gruppo scultoreo della Banda Musicale di Praga, quartiere di Varsavia. (foto Bruga) Il Monumento all'Insurrezione del 1944. (foto Bruga) Memoriale agli Eroi del Ghetto. (foto Bruga)

Il moderno edificio del Museo Polin, museo di Storia degli Ebrei Polacchi. (foto Bruga) Una sala del Museo Polin. (foto Bruga) Ricostruzione di un ambiente di una antica sinagoga al Museo Polin. (foto Bruga)

La facciata della Sinagoga Nozyk. (foto Bruga) La torre residenziale Zlota 44. (foto Bruga)

 

Un altro luogo di Varsavia, che ricorda in maniera estremamente efficace la drammaticità di un evento storico già citato e strettamente connesso allo sterminio degli ebrei, è piazza Krasinski, dove sorge il monumento alla “Rivolta di Varsavia”: dal 1° agosto 1944 e per ben due mesi, alcuni abitanti della città, ebrei e non, tennero testa al preponderante esercito nazista di occupazione, mentre i Russi stavano a guardare a pochi chilometri di distanza. Nella rivolta morirono duecentomila polacchi, e la costruzione del monumento – osteggiato a lungo dal regime per le sue implicazioni antirusse – fu consentita solo verso la fine del comunismo. Le statue dei rivoltosi (in grandezza naturale, se non addirittura superiore) esprimono con grande intensità l’eroica e disperata fiammata antinazista della città già semidistrutta.

Infatti, e di questo parleremo nella prossima puntata, della capitale polacca restò davvero poco dopo la guerra, e quello che si vede oggi è frutto di una contestata ma accurata ricostruzione postbellica, realizzata – come più di recente a Dresda – grazie ai quadri quasi “fotografici” dipinti nel Settecento dal nostro Bernardo Bellotto, nipote di Canaletto.

(1 – continua)

www.polonia.travel/it/


 

 









 

 

 

 

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