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Due grandi interpreti raccontano le bellezze,
musicali e non, delle loro terre d'origine 

di Eugenia Sciorilli

 

Il direttore d'orchestra e violinista finlandese Mikko Franck. (foto Accademia Nazionale di Santa Cecilia) Il maestro Franck con L'Orchestra dell'Accademia di Santa Cecilia. ( foto Accademia Nazionale di Santa Cecilia) Rautavaara Book of Visions, Mikko Franck dirige la National Orchestra of Belgium, etichetta Ondine 2006.

È una classica giornata autunnale di metà novembre, con la luce obliqua e una minaccia di pioggia, quando incontro all'Auditorium Parco della Musica di Roma Mikko Franck, il nuovo Direttore ospite principale dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia. È un uomo amabilissimo, Mikko Franck, ama fare battute piene di humor, e non risparmia sorrisi. Malgrado la giovane età, ha un già un curriculum di eccezionale spessore, e ha idee chiare sul compito che spetta agli interpreti della grande musica: "Non siamo artisti circensi, dobbiamo essere, per chi ci ascolta, la voce del compositore".

Mikko Franck è finlandese, e lo è fino al midollo. A tale proposito, non esita a spiegare: "La natura domina in modo assoluto la vita di noi finlandesi, e permea tutta la musica degli autori della nostra terra, in primo luogo quella di Sibelius. La Finlandia è una terra di silenzi, di spazi sterminati, di foreste vastissime e di un numero straordinario di laghi: sono 35.000, sparsi in tutto il territorio". 

Questo giovane ma già maturo direttore d'orchestra, che nel prossimo marzo dirigerà a Roma L'Olandese volante di Wagner in forma di concerto, aggiunge: "In Finlandia abbiamo stagioni piuttosto estreme: inverni freddissimi, estati calde e incredibilmente luminose, e mille cambiamenti nei colori del paesaggio che ci circonda. Siamo poco più di cinque milioni di abitanti in uno spazio immenso. Una particolarità delle città finlandesi, poi, è che diventano deserte nella stagione estiva, non rimane quasi nessuno, perché quasi tutti hanno un cottage tra i boschi e nei pressi di un lago, e amano essere circondati dalla natura, che da noi è bellissima e selvaggia".

Chiedo a Mikko Franck se la Finlandia ha anche influenzato il suo modo di essere musicista, e lui risponde: "Certamente, e del resto ogni esperienza che vivo giorno per giorno influisce sul mio modo di fare musica, ogni cosa che sperimento, ogni persona che incontro. Musica, per me, è emozione, comunicazione tra esseri umani, tra me e l'orchestra, tra noi e il pubblico". Spiega, infine, con un largo sorriso: "Persino il caffè che bevo la mattina e la mia interpretazione di un concerto hanno un loro collegamento. Il caffè di stamattina era un ottimo espresso italiano, per cui prevedo, questo pomeriggio, un'ottima prova d'orchestra".

www.santacecilia.it

 

 

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Il violinista greco Leonidas Kavakos. (foto sito ufficiale leonidaskavakos) Kavakos nel 2015 alle prove con Sir Simon Rattle e i Berliner Philarmoniker. (foto sito ufficiale leonidaskavakos) Il maestro in una serata del tour mondiale 2017 con la pianista cinese Yuja Wang. (foto sito ufficiale leonidaskavakos)

Dai paesaggi luminosi di una terra scandinava alla gioiosa solarità del Mediterraneo: è la Grecia la protagonista assoluta del background musicale del più apprezzato violinista del mondo, Leonidas Kavakos. Alto, bruno, slanciato, dall'inconfondibile profilo greco, questo straordinario interprete cinquantenne ha cominciato ad esercitarsi al violino ad appena cinque anni, destino più che naturale per un figlio d'arte, visto che suo padre si era dedicato con lo stesso strumento, e con successo, alla musica folk. 

In un'intervista a un quotidiano inglese, Kavakos si è detto rammaricato di non aver seguito le orme paterne, spiegando che "la musica popolare è la radice della musica classica, è altrettanto meravigliosa nel suo proprio genere". Dopo un periodo di studio non proprio felice, in cui da bambino stava per gettare la spugna ("il problema è che il violino è uno strumento davvero tosto, difficile far uscire un bel suono dalle mani di un principiante"), Leonidas Kavakos vive il suo punto di svolta a nove anni, grazie a un insegnante di Atene, che gli ha fatto capire qualcosa di fondamentale: "Per lui, imparare musica equivaleva a una lezione di umanità. Mio padre mi ha trasmesso la forza di volontà, ma quell'uomo mi ha dato lo spazio per respirare. Mi ha insegnato che la musica è dedizione e precisione, ma anche la consapevolezza di come e quando essere libero". 

A distanza di tanto tempo, il retaggio della inimitabile civiltà ellenica emerge da quanto afferma questo eccezionale protagonista delle stagioni musicali sparse nei cinque continenti: "Quello che ho imparato è che la musica non è solo in quello che sentiamo... È in quello che facciamo: quando facciamo qualcosa con devozione e concentrazione, che emoziona qualcuno, è un genere speciale di musica, e questo spiega qualcosa di antico nel nostro patrimonio". In quale senso? Sono queste sue acute considerazioni finali a farcelo afferrare: "Che cosa si insegnava ai tempi degli antichi greci? Si insegnava la grammatica, la matematica, la ginnastica e la musica! Era al centro dell'educazione, perché la musica coinvolge la persona intera".

www.leonidaskavakos.com


 

 

 

 

 

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