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A TAvola con lo Chef


 

 

 

 

 

dell’Astrologa Martina

 

La canzone di Marinella, 45 giri etichetta Roman Record Company 1968. (foto sito ufficiale Fabrizio De André) La guerra di Piero, etichetta Karim 1969. Targa commemorativa all'angolo di Via del Campo a Genova. (foto Visit Genova) La copertina dell'album L'indiano, etichetta Ricordi 1981.

Anime salve, ultimo album realizzato con Ivano Fossati, BMG Ricordi 1996 Un murales dedicato a De André sull'edifico della Consulta dei Giovani a Lodine, piccolo paese in provincia di Nuoro. (foto Consulta dei Giovani di Lodine) Amico Faber, la Premiata Forneria Marconi ricorda De André nel suo settantunesimo compleanno, etichetta Aereostella 2011. Il cofanetto in 14 CD e libro a colori, collection curata dalla Fondazione Fabrizio De André Onlus e Sony Music nel 2015. Genova è mia moglie. La città di Fabrizio De André, libro fotografico di Patrizia Traverso e Stefano Tettamanti, Rizzoli 2017.

Fabrizio De André Principe libero, film diretto da Luca Facchini nel 2018. (foto Nexo Digital) L'attore romano Luca Marinelli nei panni di De André nel film biografico di Luca Facchini. (foto Noxa Digital) Il manifesto della mostra in corso al Museo Via del Campo 29 rosso a Genova.

Nel 1971, Fernanda Pivano è ormai, forse suo malgrado, un’autorità. A 54 anni è probabilmente la maggiore esperta italiana della letteratura americana del Novecento, di cui ha tradotto i maggiori autori, come Francis Scott Fitzgerald, Ernest Hemingway o Jack Kerouac, e di cui ama scoprire nuovi talenti. Già nel 1943, contro le norme imposte dal fascismo declinante, ha pubblicato con Einaudi la sua prima traduzione, l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, grazie all’aiuto del suo maestro Cesare Pavese, e con quell’opera ha mantenuto un rapporto particolare. 

È quindi davvero sorprendente che la Pivano pubblichi un’intervista in cui lei chiede a un trentenne, che scrive canzoni e non saggi letterari, cosa pensi di Spoon River; e ancora più sorprendente, forse, che quest’intervista appaia non su una rivista ma all’interno di un LP in cui quelle scabre poesie sono rielaborate e messe in musica, un concept album rimasto tra i migliori della nostra storia musicale: Non al denaro, non all’amore né al cielo, di Fabrizio De Andrè.

Nato a Genova il 18 febbraio del 1940, in una famiglia dell’alta borghesia cittadina, Fabrizio fin da giovanissimo aveva chiaramente compreso che la sua strada non consisteva nel ricalcare le orme del pur amato padre, divenuto manager e imprenditore partendo da zero, o del fratello maggiore Mauro, destinato a una brillante carriera da avvocato. Ribelle a ogni disciplina, lettore avido e disordinato, frequentatore dei bassifondi genovesi che giudica molto più autentici dei salotti bene, Fabrizio De Andrè, dopo i primi anni di tentativi anche condivisi col fraterno amico Paolo Villaggio, raggiunge il successo con La canzone di Marinella, soprattutto grazie all’esecuzione televisiva di Mina nel 1967. 

Grazie alla notorietà e al ricavato di Marinella, De Andrè diventa cantautore a tempo pieno, pubblicando i primi LP e adottando il modello del concept album, che caratterizzerà alcune tra le sue opere più importanti, come La buona novella, ispirato ai vangeli apocrifi, la rivisitazione di Spoon River e il discusso Storia di un impiegato, generalmente male accolto anche e soprattutto negli ambienti “impegnati” della sinistra comunista ed extraparlamentare, che amano molto poco Fabrizio, troppo anarchico, borghese e poeta al tempo stesso.

Ferocemente perfezionista con sé e poco indulgente con gli altri, irregolare nelle abitudini e negli orari, in rapporti piuttosto freddi con il mondo discografico e freddissimi con la politica, De Andrè non è uomo facile con cui lavorare, eppure la sua carriera è un susseguirsi di collaborazioni, e gran parte delle sue canzoni e dei suoi album sono scritti di volta in volta con diversi coautori, pur conservando sempre l’inconfondibile impronta e la coerenza artistica che, anno dopo anno, gli permettono di costruire un corpus di opere inconfondibili e senza eguali nel paesaggio musicale italiano. 

Non a caso, le ispirazioni di Fabrizio, che pure molti vogliono inserire nella “scuola genovese” dei cantautori, provengono piuttosto dalla musica e dalla letteratura straniere, da Brassens a Dylan, da Cohen a Lee Masters, dalla musica medievale francese a quella regionale italiana, fino a trovare nelle sonorità e nei dialetti del Mediterraneo une approdo singolarissimo che darà vita alla collaborazione con Mauro Pagani e all’album tutto in genovese Creuza de Mä, del 1984, unanimemente accolto come un capolavoro. Fin da ragazzo, Fabrizio legge più libri di quanto ascolti dischi, e, se non ama essere definito poeta, i suoi testi costituiscono di certo un’autentica opera letteraria. Non a caso, l’amica Pivano, grande conoscitrice ed estimatrice dell’opera di Bob Dylan, ripete spesso che «non dobbiamo chiamare Fabrizio il Bob Dylan italiano; semmai dovremmo dire che Dylan è il Fabrizio De Andrè americano».

Una volta fuori dagli studi di registrazione, De Andrè non concede molto al pubblico: poche interviste, spesso rilasciate di malavoglia, poca TV e per molti anni nessun concerto. Si considera un autore, più che un cantante, e certamente non un performer; a parte alcuni concerti a metà degli anni Settanta, la svolta arriva nel 1978, quando i musicisti della Premiata Forneria Marconi, suoi amici dai tempi de La buona novella, lo convincono a fare un vero e proprio tour insieme, in cui Fabrizio canta le sue canzoni più famose, rinnovate in chiave rock grazie ai pregevoli arrangiamenti della PFM.

Anche la sua vita privata si svolge tutta lontano dai riflettori: all’inizio nel familiare ambiente genovese, con la prima moglie Puny da cui ha il figlio Cristiano, che seguirà con alterna fortuna le orme del forse troppo ingombrante padre; poi in Sardegna, con Dori Ghezzi, che lascia il mondo della TV e delle canzonette per seguirlo in Gallura, dove i due nel 1979 saranno anche vittime di un sequestro di persona che, loro malgrado, li riporterà sulle prime pagine dei giornali e costituirà per Fabrizio anche fonte di ispirazione per alcune canzoni dell’LP senza titolo comunemente chiamato L’indiano.

Col passare degli anni, De Andrè conserva il suo rigore intellettuale e la sua coerenza, e i dischi che pubblica con lunghi intervalli l’uno dall’altro riflettono i cambiamenti degli anni Ottanta e Novanta senza mai rinunciare a schierarsi con i deboli e contro il potere, che costituisce in tutta l’opera di Fabrizio l’autentico antagonista, nella convinzione mai abbandonata che «non esistono poteri buoni». Anche per questo, De Andrè, disprezzato dai movimenti marxisti degli anni Settanta e lontano da qualsiasi partito, finisce per rappresentare piuttosto un riferimento civile e intellettuale, difficile da ignorare anche in tempi in cui l’edonismo e l’apparenza sostituiscono l’impegno politico e i conflitti sociali, quando «il gas esilarante presidia le strade» come recita il testo de La domenica delle salme.

Acquario, segno zodiacale di nascita di Fabrizio De André. Cancro, segno zodiacale ascendente di Fabrizio De André.

Nato con il Sole in Acquario e l'Ascendente in Cancro, di questo aspetto astrologico incarnava l'originalità e l'anticonformismo, lo spirito libero e insofferente alle regole e l'inclinazione ad isolarsi, come pure una grande sensibilità, un carattere imprevedibile e una certa dose di insicurezza. La capacità di comprendere le molteplici sfaccettature dell'animo umano, la ricettività, l'intelligenza creativa e quindi la predisposizione per l'arte erano dovute a Mercurio in Pesci, mantre Marte in Toro garantiva capacità di analisi e riflessione, perseveranza e tenacia. La franchezza, il coraggio, l'intelligenza brillante e la riuscita in campo artistico derivavano da Giove in Ariete; Luna in Gemelli contribuiva all'attitudine per la musica, alla versatilità intellettuale e al senso dell'ironia di De Andrè. La natura impulsiva, impetuosa, passionale, la schiettezza e il disprezzo per ogni manifestazione di ipocrisia e ambiguità si dovevano a Venere in Ariete, la raffinatezza intellettuale, l'aspirazione agli ideali e all'utopia a Nettuno in Vergine.

In fondo, fino agli ultimi anni, l’attenzione di De Andrè è dedicata alla dimensione umana, ai sentimenti, sia pure vissuti con grande riserbo e rappresentati con parole asciutte e a volte ricercate, in una ininterrotta continuità tra vita e morte, più esplicita nei primi anni ma presente fino all’ultimo disco Anime salve. Quando in un’intervista gli chiedono quale sia il desiderio che più vorrebbe realizzare, risponde senza esitazione «sicuramente, in qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, rincontrare mio padre», morto nel 1985; e anche questa dimensione in un certo senso laicamente religiosa, che attraversa tutta l'opera del cantautore ligure, reca il segno di questa coesistenza di sentimento e intelletto che considera la morte in fondo meno nemica dell’umano cinismo.

Alla fine, sarà un male incurabile a interrompere vita e carriera di Fabrizio De Andrè, che nel 1998 lascerà il pubblico con uno di quei tour a lui così poco congeniali, con accanto sul palco Cristiano e Luvi, la figlia avuta con Dori. Morirà l’11 gennaio 1999, e ai suoi funerali assisteranno oltre diecimila persone, tra cui il suo vecchio amico Paolo Villaggio, che senza rinunciare alla sua vena umoristica dichiarerà «Ho avuto invidia, per la prima volta, di un funerale». Da allora, la fama di Fabrizio De Andrè non accenna a diminuire, e i numerosi tributi succedutisi negli anni sono forse un riconoscimento ancora parziale al’artista di cui Fernanda Pivano nell’immediato dolore della perdita disse «Non doveva andarsene, non doveva. È stato il più grande poeta che abbiamo mai avuto».

www.fabriziodeandre.it

 








 

 

 

 





 

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