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dell’Astrologa Martina

 

La casa natale di Pavese a Santo Stefano Belbo in provincia di Cuneo. (foto Fondazione Cesare Pavese) Cesare Pavese, scrittore, poeta, traduttore, saggista e critico letterario tra i maggiori del Novecento. (foto Centro Pavesiano-Cepam) Pavese con l'attrice americana  Constance Dowling. (foto Fondazione Cesare Pavese) Maria Bellonci dichiara Pavese  vincitore del Premio Strega 1950. (foto Fondazione Cesare Pavese)

La sede della Fondazione Cesare Pavese a Santo Stefano Belbo. (foto Fondazione Cesare Pavese) Una sala della Fondazione. (foto Fondazione Cesare Pavese) La lettera di addio. (foto Fondazione Cesare Pavese)

Il monumento in bronzo nel cortile della casa natale accompagnato da una frase tratta dal racconto Il cattivo meccanico. (foto Fondazione Cesare Pavese) Il romanzo Premio Strega 1950 La bella estate, Einaudi 1949. Il mestiere di vivere, raccolta di appunti e pensieri, Einaudi 2006. Biografia, documenti e testi pavesiani nell'edizione illustrata di Cesare Pavese e la sua Torino, Lindau 2007. L'ebook Dialoghi con Leucò, Einaudi 2017.

Vergine, segno zodiacale di nascita e ascendente di Cesare Pavese.

È il 1950, il 24 giugno. Nell’Italia dell’immediato dopoguerra, la cultura e la letteratura hanno un posto fondamentale, anche perché moltissimi intellettuali sono stati antifascisti e rappresentano valori contrapposti a quella che per vent’anni sono stati imposti e propagandati dal regime. Eppure, spesso, i maggiori tra questi scrittori e intellettuali si allontanano dai modelli più politicamente impegnati della letteratura e cercano spazi narrativi in mondi di fantasia, come nelle opere di Italo Calvino, o in mondi realistici ma al contempo simbolici, spesso trasfigurati attraverso gli occhi di un ragazzo o un adolescente che sta attraversando un cambiamento irreversibile nella sua vita. Temi e sensibilità, insomma, almeno apparentemente lontanissimi dalla politica militante.

Questo 24 giugno, in un’afosa serata romana, è appunto un libro su questi temi, La bella estate, a stravincere il Premio Strega, istituito solo tre anni prima. Tra strette di mano e complimenti, l’autore, agitato da sentimenti contrastanti e accompagnato dalla sorella della splendida attrice americana di cui è invano innamorato, riceve il premio dissimulando tanto la soddisfazione quanto una persistente angoscia, di cui nell’opera non mancano le tracce. Cesare Pavese, poeta, grande esperto e traduttore di letteratura statunitense, solo due mesi dopo si toglierà la vita aprendo nel mondo culturale italiano un vuoto che non sarebbe mai stato colmato, e lasciando una traccia che dura ancora oggi.

Se nel 1950 Pavese riceve la consacrazione del maggiore premio letterario italiano, ed è incontestabilmente, pur nella sua ritrosia e nel rifiuto di ogni palcoscenico, una delle figure di riferimento della nostra cultura, la sua biografia è tormentata quanto la sua fine. Nato il 9 settembre 1908 a Santo Stefano Belbo, un piccolo paese delle Langhe, una terra amata che sarà spesso presente nelle sue opere, vive con la famiglia a Torino, dove il padre, cancelliere del tribunale, muore nel 1914. La madre, già provata dalla morte di tre dei cinque figli, impone a Cesare un’educazione rigida ed emotivamente distante, che accentua il carattere chiuso e sensibile del bambino. Dopo gli studi, culminati con una controversa tesi di laurea sulla poesia di Walt Whitman, certo non consona all’estetica fascista, Pavese nel 1930 perde anche la madre e si dedica all’attività di traduttore anche per ragioni economiche, scrivendo contemporaneamente le prime poesie della raccolta Lavorare stanca.

Importantissima è la sua attività di traduttore e saggista, e di collaboratore della neonata casa editrice Einaudi, che dura fino al 1935, quando viene pretestuosamente arrestato per antifascismo e condannato al confino in Calabria per un anno. Al ritorno a Torino, Pavese scopre che Tina, la donna che aveva inutilmente corteggiato per anni, si è sposata, e questa delusione si ripete negli altri incontri più significativi della sua vita, con donne che ne ammirano l’intelligenza e la sensibilità ma non ne accettano l’amore.

L’ultima di queste è appunto Constance Dowling, attrice americana sorella di Doris, che ha recitato in Riso amaro. La bella Constance gli ispira alcune folgoranti poesie come Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, ma neanche lei colma la sua irreparabile solitudine, il vero tratto costante della vita di Cesare Pavese, anche dopo aver raggiunto l’apprezzamento e i riconoscimenti per il suo valore di poeta e narratore. Nel suo diario che uscirà postumo col titolo de Il mestiere di vivere, Pavese scrive: “Sei felice? Sì, sei felice. Hai la forza, hai il genio, hai da fare. Sei solo. Hai due volte sfiorato il suicidio quest' anno. Tutti ti ammirano, ti complimentano, ti ballano intorno”. Descrizioni brevi come istantanee, pubbliche e private, ugualmente autentiche, di uno dei maggiori poeti del nostro Novecento.

Nato con il Sole in Vergine e l'Ascendente nel medesimo Segno, Pavese univa aspetti caratteriali tipici di un intellettuale quali l'introspezione, l'intelligenza, la razionalità, ad altri più sofferti, come l'insoddisfazione, la malinconia, l'insicurezza dovuta a un senso critico esasperato; questi tratti di personalità erano potenziati dalla presenza di Marte in Vergine nel suo cielo di nascita. La creatività, la capacità immaginativa e l'apertura mentale, ma anche una forte instabilità emotiva e affettiva erano dovute a Luna in Acquario. La sicura riuscita in campo artistico, il successo e la fama derivavano da Giove in Leone; Venere nello stesso segno garantiva generosità d'animo e vivacità di intelletto. La sensibilità artistica, la straordinaria capacità di espressione, l'attitudine a comunicare stati d'animo intensi e profondi erano favorite da Mercurio in Bilancia.

Quando infine, il 26 agosto 1950, Pavese cede alla tentazione della morte che lo accompagna da sempre, lascia alcune righe tra cui queste tratte dai Dialoghi con Leucò, dedicati a un altro amore irrisolto: “L'uomo mortale, Leucò, non ha che questo d'immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia”.

Amato e odiato dalla critica (molto negative su di lui furono ad esempio le parole di Pasolini), Pavese, che fu definito “un greco del nostro tempo”, rimane al centro del rinnovamento della letteratura italiana a cavallo della seconda guerra mondiale, capace in pochi anni di diventare un classico nonostante le sue pagine siano dolorose e a volte aspre. Nel trentennale della sua morte, il critico Geno Pampaloni scrisse: “Credo che per rileggerlo con giustizia sia necessaria l’umiltà del dolore con cui i trentenni del ’50 accolsero la notizia della sua morte. L’umiltà, vorrei aggiungere, che occorre di fronte agli spiriti religiosi”.

 

www.cesarepavese.it









 

 

 

 





 

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