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Un libro una città: Arequipa
“Crocevia” di Mario Vargas Llosa (Einaudi)

Seconda tappa in un affascinante territorio dell'emisfero australe

di Bruga

 

Catena montuosa nei dintorni di Arequipa. (foto Bruga) La Basilica Cattedrale realizzata in sillar, pietra color perla vulcanica. (foto Bruga) I portici della Plaza de Armas. (foto Bruga) Particolare del chiostro della chiesa gesuita. (foto Bruga)

Il barocco peruviano della Chiesa della Compagnia di Gesù. (foto Bruga) Il Chiostro Maggiore del Complesso di Santa Catalina. (foto Bruga) Il Chiostro degli Aranci del Complesso di Santa Catalina. (foto Bruga)

Statuetta in oro raffigurante un lama, periodo Inca XV-XVI secolo. (foto Museo Santuarios Andinos de Arequipa) Il Canyon del Colca a nord di Arequipa nel dipartimento di Chivay. (foto Bruga) I giganteschi cactus della Valle del Colca. (foto Bruga) Il belvedere della Cruz del Condor situato a 1500 metri a strapiombo sul canyon. (foto Bruga)

Un condor delle Ande, grande uccello simbolo di tutta la Cordigliera delle Ande. (foto Bruga) La chiesa in stile coloniale del villaggio di Maca. (foto Bruga) Il ricchissimo altare barocco della chiesa di Maca. (foto Bruga)

I vivaci colori dei costumi tradizionali del villaggio di Yanque. (foto Bruga) Un vulcano attivo visto da una terrazza di Yanque. (foto Bruga) Lama e alpaca tipici camelidi delle terre andine. (foto Bruga)

Un gruppo di alpaca al pascolo. (foto Bruga) Famiglia di vigogne, camelidi protetti dallo Stato peruviano con un programma di conservazione e allevamento. (foto Bruga)

Il romanzo di Mario Vargas Llosa, Einaudi 2016. Ho scelto il romanzo più recente (2016) dello scrittore peruviano che nel 2010 ha vinto il Nobel della Letteratura, non perché sia ambientato ad Arequipa ma perché l’autore è nato nel 1936 proprio nella bella città andina. Nella casa di famiglia gli è stato dedicato un museo molto bello e tecnologico, anche se per varie vicissitudini familiari il piccolo Mario fu costretto a lasciarla prestissimo e da allora non ha  ristabilito particolari legami con la città. Vargas Llosa è senza dubbio la gloria locale, anche se si ha l’impressione che in Perù non siano molti i suoi estimatori, un po’ perché la sua vita si è svolta prevalentemente all’estero, un po’ per la sua controversa avventura politica, che lo portò a candidarsi e a perdere il ballottaggio per la presidenza della Repubblica nel 1990.

Torniamo dunque ad Arequipa, che oltre al museo sullo scrittore vanta un centro storico di prim’ordine, caratterizzato dal bianco della pietra vulcanica sillar e, non a caso, Patrimonio Unesco. Siamo a 2400 metri di altitudine, circondati da cime altissime, innevate o sfumacchianti: si tratta di una zona sismica e vulcanica! E se il Chiostro della Compagnia di Gesù, pur bello, è ormai trasformato in un centro commerciale, il meraviglioso barocco andino si esprime al meglio nella Cattedrale, nella Chiesa della Compagnia di Gesù e nell’affascinante e gigantesco Complesso di Santa Catalina, quasi una città nella città, dove per secoli le figlie minori delle ricche famiglie locali hanno trascorso la loro vita monacale, non senza agi e ricchezze che oggi si riflettono nelle centinaia di opere d’arte o di altissimo artigianato.

Da non perdere il Museo dei Santuari Inca gestito dall’Università Cattolica, che custodisce le mummie di due ragazze sacrificate agli dei dagli Inca, intorno alla metà del 1400. Una scoperta archeo-antropologica drammatica, avvenuta inaspettatamente una ventina d’anni fa tra i ghiacci dei vulcani circostanti, dove Juanita e Sarita furono ritrovate in siti e momenti diversi, ma entrambe con il corpo e gli indumenti conservati nelle stesse discrete condizioni della nostra mummia del Similaun, in Alto Adige.

Da Arequipa ci si sposta verso Chivay, salendo costantemente verso i 3, i 4 e poi i 5mila metri, fra greggi dei tre camelidi di questa zona: vigogna, lama e alpaca, utilizzati sia per la lana che come forza lavoro, e anche per la carne, che soprattutto nel caso dell’alpaca è molto gradevole e interessante sul piano nutrizionale.

Superato il “belvedere dei sei vulcani”, a quasi cinquemila metri, si scende appunto verso Chivay, punto di partenza per il meraviglioso Canyon del Colca. Si tratta di una fenditura gigantesca, paragonabile al Grand Canyon nel sudovest degli Usa, ma se lì si è scelto giustamente di lasciare la zona quasi disabitata, qui nel corso dei secoli già le varie popolazioni preincaiche lo avevano colonizzato, creando terrazzamenti, villaggi e coltivazioni ancor oggi in pieno sviluppo. Ogni villaggio meriterebbe una sosta: noi ne abbiamo visti un paio, Yanque e Maca, entrambi molto suggestivi e con bellissime chiese dal notevole valore sia storico-artistico che religioso, perché simboleggiano quel sincretismo che dal 1500 ha consentito alle popolazioni autoctone di riconoscersi in una “versione” del cattolicesimo integrata da elementi locali di derivazione incaica e addirittura preincaica.

Il culmine emozionale di questa escursione è però la Cruz del Condor, spettacolare punto di osservazione dove – grazie a visibilità e correnti ascensionali favorevoli – siamo riusciti a vedere decine di questi uccelli maestosi, longevi e rari, che essendo pesanti (15 chili circa) devono farsi aiutare dal vento per i loro spostamenti, nonostante la ragguardevole apertura alare che arriva anche a tre metri. Vederne tanti e così eleganti è un’esperienza eccezionale e assolutamente indimenticabile!  

www.peru.travel




 









 

 

 









 

 

 

 

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