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Un libro una città: Puno e il lago Titicaca
“Il maestro al lago sacro” di Anton Ponce de Leon Paiva (editore Verdechiaro)

Terza tappa di un viaggio in Perù 

di Bruga

 

La settecentesca Cattedrale di Puno. (foto Bruga) Particolare della facciata in pietra della cattedrale, opera dell'architetto peruviano Simon de Asto. (foto Bruga) La tipica imbarcazione degli Uros realizzata in totora, pianta simile al bambù. (foto Bruga)

Arco di accesso al centro abitato dell'isola di Taquile. (foto Bruga) Scorcio panoramico del lago da una collina di Taquile.(foto Bruga) Donne della comunità quechua con i costumi isolani di Taquile. (foto Bruga)

Una tessitrice al lavoro per i vicoli di Taquile. (foo Bruga)  Le abitazioni in totora sulle rive del lago. (foto Bruga) Donna taquilena offre ai turisti i suoi piccoli capolavori ricamati. (foto Bruga)

Il sito archeologico della Necropoli di Sillustani. (foto Bruga) Le torri Sillustani di epoca Inca denominate chullpas. (foto Bruga) Le abitazioni della comunità di Raqchi nelle immediate vicinanze del sito archeologico Inca. (foto Bruga)

Un edificio del Parco Archeologico di Raqchi. (foto Bruga) Particolare di un varco nella cinta muraria del Santuario Inca di Raqchi. (foto Bruga)  Rovine del Tempio di Wiracocha. (foto Bruga)

La Chiesa di San Pedro a Andahuaylillas. (foto Bruga) Particolare della facciata di San Pedro a Andahauylillas. (foto Bruga)

Le origini dell'uomo raccontate da Anton Ponce de Leon Paiva, Verdechiaro 2014. Questo libro, che esprime in maniera abbastanza vivida la filosofia di vita delle antiche civiltà che abitavano il Perù fino alla conquista da parte degli Spagnoli, è ambientato sulle sponde del Titicaca, il lago navigabile più alto del mondo nonché il più grande dell’America Latina. Si trova al confine con la Bolivia, che ne possiede circa un terzo, e in genere si visita a partire dalla città di Puno, situata a 3800 metri di altezza. 

Puno non merita una visita molto approfondita: è soprattutto il porto dal quale ci si imbarca per raggiungere, con una breve e suggestiva navigazione, le prime isole visitabili, quelle delle famiglie Uros. Si tratta di un piccolo arcipelago composto da una novantina di isole galleggianti, grandi e ingegnose zattere ricavate da una pianta detta “totora” o “chullu”(tecnicamente è lo Schoenoplectus californicus), le cui canne sono assemblate e costantemente rinnovate per dare una base alle capanne di questa tribù, che parla la lingua aymara. 

La popolazione, in realtà, vive da qualche anno sulla terraferma, ma ogni mattina ricrea con una certa convinzione lo stile di vita semplice dei decenni scorsi. Dopo la vendita di oggetti di artigianato e il simpatico giro su una sorta di gondola locale, la cosa più divertente e sconcertante è la canzone con la quale le donne della tribù salutano i turisti in partenza per le tappe successive: “Vamos a la playa”, che nessuno di loro sospetta sia un celebre successo degli italianissimi Righeira (1983). Quando lo abbiamo detto alla guida, ci ha guardato con una certa incredulità …  

Navigazione molto più lunga ma altrettanto piacevole per l’isola di Taquile, dal clima temperato per tutto l’anno e perciò abitata fin dall’epoca preincaica. Da una cinquantina d’anni è stata affidata completamente ai suoi abitanti, che nominano gli amministratori locali e cercano di mantenere le antiche abitudini fra le quali la tessitura, che è stata riconosciuta come patrimonio Unesco. Dopo l’approdo si sale lungo un meraviglioso sentiero panoramico fino alla piazza centrale del paese, e poi ci si distribuisce fra i numerosi ristoranti che propongono una cucina semplice e genuina. Pranzare con la vista sul lago è un’esperienza indimenticabile: non certo per il cibo, ma per la vista e l’eredità dei secoli passati che avvolge l’isola e i suoi abitanti .

Tornati sulla terraferma si lascia Puno e dopo una mezz’ora ci si ferma in uno straordinario sito archeologico affacciato sulla laguna di Umayo: la necropoli di Sillustani, dove i nobili della popolazione preincaica dei Colla, e in seguito anche degli Inca, furono sepolti in tombe circolari alte fino a 12 metri, che noi potremmo vagamente paragonare ai nuraghi. In realtà la tecnica costruttiva era completamente diversa e altrettanto ingegnosa, ma il risultato è di assoluta e strabiliante bellezza, anche grazie al contesto naturale nel quale il sito si trova.

Ancora parecchi chilometri e si passa per Raqchi, sito archeologico Huari molto grande e bello. Spicca al centro della cittadina ciò che resta della struttura del tempio di Wiracocha, ma anche la concezione urbanistica e la posizione vicino a un corso d’acqua sono  interessanti.

Ultima tappa, ancora più sorprendente, è Andahauylillas:  siamo sulla “Via del Barocco Andino”, un bel progetto di valorizzazione turistica, culturale e spirituale lanciato dai Gesuiti per far conoscere alcune fra le chiese più ricche e sorprendenti del Perù. Quelle di Cuzco non faticano a ricevere la dovuta attenzione dei viaggiatori, ma quella di San Pedro, al centro di questo piccolo e sperduto villaggio, deve rivendicare ogni giorno la sua fama di “piccola Sistina” o “Sistina d’America”. Fu costruita dai gesuiti all’inizio del Seicento, con uno stile che esternamente non impressiona. L’interno, invece, è coperto fino al tetto da affreschi spesso arricchiti da lamine d’oro, e impreziosito anche da tele, intagli e altre opere di raffinata fattura, tutte della stessa epoca. 

Alcune iscrizioni, a dimostrazione di quanto questa chiesa fosse fondamentale nell’opera di evangelizzazione della Compagnia di Gesù, sono in cinque lingue: non solo quelle dei dominatori (latino e spagnolo), ma anche quelle dei popoli colonizzati (quechua e aymara,  tuttora diffuse e parlate, e puquina, lingua quasi estinta). Chiese come questa erano vissute dai fedeli come emblemi di quel sincretismo religioso che ha consentito al cristianesimo di radicarsi nel continente senza cancellare riti e credenze precedenti, ma anzi innestandosi su di essi.      


www.peru.travel




 









 

 

 









 

 

 

 

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