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Una città un libro: Saigon / Ho Chi Min City
“Il simpatizzante” di Viet Thanh Nguyen (Neri Pozza)

 

 
 

 

Testo e foto di Bruga

 

La Cattedrale cattolica Notre Dame di Saigon. (foto Bruga) L'edificio ottocentesco del Hotel Continental Saigon nel District 1. (foto Bruga) L'interno dell'ufficio postale costruito all'inizio del XX secolo, in fondo il ritratto di Ho Chi Minh. (foto Bruga) Un velivolo statunitense conservato all'esterno del Museo delle conseguenze della Guerra. (foto Bruga)

Raccolta di fotografie in una sala del Museo delle conseguenze della Guerra. (foto Bruga) Particolare della facciata del Teatro dell'Opera. (foto Bruga) Ho Chi Minh Square, sullo sfondo il Palazzo del Comitato del Popolo. (foto Bruga)

La statua di Ho Chi Minh eretta nel 2015 per celebrare il 125° anniversario della nascita del Presidente della Repubblica Democratica del Vietnam. (foto Bruga) Veduta notturna della facciata del Palazzo del Comitato del Popolo. (foto Bruga) Grattacieli del businnes center, a sinistra la Bitexco Financial Tower. (foto Bruga)

Un frequentato tempio taoista. (foto Bruga) Turisti nella zona dei tunnel Cu Chi. (foto Bruga) Un pannello esplicativo della vasta rete sotterranea di tunnel. (foto Bruga)

Uno stand di artigianato. (foto Bruga) L'ingresso de Le Chateau de Saigon Restaurant, cucina vietnamita fusion. (foto Bruga) La zuppa Pho nella versione vegetariana. (foto Bruga)

Il romanzo di Viet Thanh Nguyen Premio Pulitzer 2016 edito da Neri Pozza. Questo romanzo di un giovane autore statunitense dalle chiare origini vietnamite, appena uscito in italiano, si divide in tre parti: la prima è ambientata a Saigon, l’allora capitale del Vietnam del sud filoamericano, nei mesi prima della caduta. Nella seconda i personaggi, membri dell’esercito sconfitto, emigrano in California e cominciano a imbastire improbabili trame revansciste, che si concretizzano poi nella terza parte, ambientata nuovamente nel Sudest asiatico.  Il libro è molto interessante da tanti punti di vista, ma quello che ci interessa oggi è soprattutto la descrizione della capitale del Sud alla vigilia dell’evento che avrebbe potuto avere conseguenze devastanti, anche se in effetti la vediamo viva e proiettata nel futuro, al pari di tante altre metropoli di quell’area geografica così effervescente.

Il relativo successo odierno, fatto di milioni di abitanti, di altrettante moto sovraccariche in perenne movimento, di grattacieli d’autore e di negozi di lusso affiancati a quelli ipertradizionali, è stato pagato dagli sconfitti, naturalmente, con anni di repressione durissima e di carestia, ma negli ultimi due decenni l’apertura economica di tipo “cinese” ha reso il regime comunista – sempre impermeabile sul piano politico – molto più aperto a concezioni economiche quasi sfrenatamente liberiste.

In questo senso fa impressione il confronto, ad appena un’ora di auto da Saigon, con i tunnel di Cu Chi, scavati per centinaia di chilometri a diverse profondità dai vietcong che “assediavano dall’interno” la capitale. Adesso è facile visitarli insieme a comitive di reduci statunitensi, che tornano qui con le medaglie sul petto e raccontano alle guide turistiche poliglotte, discendenti di coloro che hanno combattuto, la loro versione della Storia … D’altra parte, non è difficile trovare in qualsiasi bancarella le magliette che immortalano il recente summit fra Trump e il suo omologo nordcoreano, svoltosi non a caso proprio in un terreno neutrale come il Vietnam.

Insomma, i tempi cambiano e tutti ne prendono atto: nel centro di Saigon, per esempio, fervono gli scavi della nuova metropolitana, costruita insieme ad altre grandi opere pubbliche, proprio dai giapponesi, che pure all’inizio del Novecento lasciarono pessimi ricordi durante la loro occupazione.

Si mette una pietra sul passato, ma resta il dovere di ricordare: questa la funzione del “Museo delle conseguenze della guerra” aperto nel centro di Saigon e circondato da decine di aerei e mezzi blindati usati dagli eserciti francese, statunitense e vietnamiti (del nord e del sud). Il museo descrive da un lato il grande “movimento di solidarietà mondiale per la lotta anticoloniale e antimperialista” del nord comunista, dall’altro le tragiche e durature conseguenze del napalm e degli altri veleni sparsi in tutto il paese dagli americani. Una visione chiaramente unilaterale, ma senza dubbio meritevole di essere presentata alle giovani generazioni, che forse non ne hanno mai sentito parlare.

Non sono scomparsi del tutto, per fortuna, anche edifici del periodo coloniale francese, come l’elegantissimo Palazzo della Posta, col grande salone dominato dal volto del leader Ho Chi Min (dal quale Saigon ha preso ufficialmente il nome attuale, dopo la caduta). Di fronte ad esso la Cattedrale, una delle tante chiese cattoliche che vi capiterà di vedere un po’ in tutto il paese. I cattolici, forte minoranza  del 10 per cento, hanno avuto un ruolo molto importante soprattutto nel Vietnam del sud, motivo per il quale adesso sono tollerati ma visti ancora con un certo sospetto dal regime. Al contrario, nelle pagode si può notare una varietà di divinità e di approcci religiosi che vanno dal taoismo al buddismo, e includono spesso - a conferma del “collateralismo” di queste religioni con il regime attuale – anche la figura quasi sacrale del padre della patria, l’austero e ascetico leader comunista Ho Chi Min, morto esattamente 50 anni fa.

La visita della metropoli offre anche un primo interessante impatto con la cucina vietnamita, a cominciare dalle eccellenti zuppe, note come pho e ricche di varianti, da quelle con carne di manzo a quelle vegetariane e vegane.    


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