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Una passeggiata nel Parco Regionale della Maremma 

 

di Luisa Sodano

 

Uliveto lungo il sentiero per l'Abbazia di San Rabano ad Alberese. (foto Bruga) Il complesso abbaziale di San Rabano immerso nel Parco dell'Uccellina. (foto Consorzio Maremmare) Veduta aerea dei ruderi dell'Abbazia. (foto Parco Maremma)

La chiesa abbaziale eretta tra l'XI e il XII secolo. (foto Bruga) Il lato sud della chiesa a navata unica con pianta a croce latina. (foto Bruga) Particolare dell'abside semicircolare. (foto Bruga) Il tiburio a pianta ottagonale. (foto Bruga)

La torre campanaria addossata alla parete sinistra della chiesa. (foto Bruga) Particolare della bifora romanica nella parte superiore della torre. (foto Centro di Geotecnologie Regione Toscana) Il portale d'ingresso della chiesa finemente decorato. (foto Parco Maremma)

I ruderi dell'antico monastero a sud-est della chiesa. (foto Bruga) Un ambiente del complesso monastico definitivamente abbandonato nel XVI secolo. (foto Bruga) Particolare del forno in uso ai monaci. (foto Bruga) Il bosco nei pressi dell'abbazia su cui sorge la Torre dell'Uccellina. (foto Bruga)

La trecentesca Torre dell'Uccellina, fortificazione eretta a difesa del complesso religioso. (foto Bruga) Vista panoramica dal Monte Argentario. (foto Bruga) Panorama sulla spiaggia di Cala di Forno a Magliano. (foto Bruga)

“L’eremita aprì gli occhi nell’attimo in cui varcarono il limitare della fortezza, i muretti esterni che cingevano entro un rettangolo di pietre chiare il suo mondo in estinzione”.

E’ un passo del romanzo “Il fuoco e la polvere” di Mauro Garofalo, edito da Frassinelli, che ho letto questa estate e che mi ha riportato in un posto fuori dal tempo, nascosto nel bosco del Parco Regionale della Maremma, non lontano da Grosseto: l’abbazia di San Rabano.

La camminata è un po’ impegnativa, ma vale la pena; il sentiero A1 del Parco si snoda prima nella piana di Alberese e poi s’inerpica tra i boschi che nel passato erano manutenuti secondo i tempi lunghi della natura in una sorta di economia circolare; tutto o quasi aveva un suo utilizzo, dal carbone vegetale con il quale si fondeva il ferro ai tronchi di alto fusto usati in mille modi nell’edilizia di allora.

I circa 300 metri di dislivello consentono di portarsi abbastanza in alto per ammirare il paesaggio fino al monte Amiata sul fronte terra e alla Corsica sul lato mare.

Inaspettati e solitari, quasi a sorpresa, appaiono alla vista i ruderi dell’abbazia, con i resti ancora bellissimi della chiesa che ha il suo gioiello nel campanile in stile romanico-lombardo. Tra le pietre dell’antico monastero benedettino il tempo sembra essersi fermato: si possono scorgere ancora i locali della cucina, gli antichi lavatoi, dove in realtà pare si conciassero le pelli, e i vani della foresteria, centro di accoglienza per quanti attraversavano quei luoghi che nel medioevo furono strategici.

A dominare il tutto la trecentesca torre di avvistamento dell’Uccellina, così chiamata in ricordo dell’uccellagione, pratica di caccia oggi illegale, con la quale i poverissimi abitanti del luogo si procuravano nel passato qualcosa per integrare i loro miseri pasti.

Ma cosa c’entra San Rabano e, soprattutto, chi è? E perché nel libro di Garofalo, ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, si parla di un eremita che è ancora in questo luogo mistico e selvaggio?

Ai tempi della sua fondazione, intorno all’anno 1000, l’abbazia era intitolata a Santa Maria Alborense, da albarium (la pietra bianca locale). Centro di preghiera, cultura e potere, fu fortificata e divenne un importante insediamento, raggiungendo il suo massimo splendore nella seconda metà del XII secolo, per poi decadere già a partire dal Duecento. Nel XV secolo i Senesi le diedero il colpo di grazia, smantellando le fortificazioni e accelerandone lo stato di abbandono; un secolo dopo divenne il luogo prescelto dall’eremita Rabano, da cui ha poi preso il nome.

Mauro Garofalo nel suo libro, attraversato da venature romantiche, ne ha fatto il luogo simbolo della resistenza di un mondo di silenzi, meditazione e rispetto dell’uomo e della natura contro l’aggressione tecnologica e finanziaria; non a caso è proprio lì che trova rifugio il suo protagonista, il Capitano Bosco.

Per capire perché, leggete il libro e andate a San Rabano!


www.parco-maremma.it










 

 

 

 

 

 

 

 

 





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