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Una tardiva scoperta...

 


 

di Luisa Sodano    

 

La Porta Medina di Orbetello, la più imponente del sistema difensivo della città. (foto Bruga) Un tratto delle Mura spagnole, fortificazioni medievali rafforzate nel XV e XVI secolo. (foto Bruga) La pista ciclabile in via degli Oleandri. (foto Bruga)

La diga inaugurata dal Granduca Leopoldo II nel 1842. (foto Bruga) La pista pedonale e ciclabile lungo la diga leopoldiana. (foto Bruga) Il mulino per la macinazione del grano immerso nella laguna di ponente. (foto Bruga)

La Polveriera Guzman e le Mura spagnole. (foto Bruga) L'ingresso alla Riserva Naturale Duna Feniglia. (foto Bruga) Il tunnel dei pini alla Duna Feniglia. (foto Bruga)

Il terzo varco della Duna Feniglia. (foto Bruga) Le stele in memoria di Caravaggio posta dalla Società Storica Maremmana sul presunto luogo di ritrovamento del grande pittore. (foto Bruga) Un tratto del percorso all'interno della Riserva Duna Feniglia. (foto Bruga)

La spiaggia della Feniglia, sullo sfondo il promontorio di Ansedonia. (foto Bruga) Forte Filippo e il porticciolo di Cala Galera visti dalla spiaggia della Feniglia. (foto Bruga)

Della Feniglia mi avevano parlato alcuni amici come di un luogo ancora selvaggio e quasi incontaminato, ma fino a pochi anni fa ne avevo solo una vaghissima idea: pensavo si trattasse di una spiaggia un po’ più bella delle altre che costeggiano la Maremma in Toscana.

Fu solo nella primavera di qualche anno fa che capii cos’è la Feniglia, o meglio la Riserva Naturale Duna Feniglia. Accadde un giorno di aprile quando con mio marito decidemmo di fare in bicicletta il giro completo partendo da Orbetello e attraversando i sei chilometri della Riserva.

Fu una rivelazione: mai avrei immaginato che a non molti chilometri da Roma esistesse ancora un’ampia pineta ben preservata dai carabinieri forestali, nata dal rimboschimento attuato nelle prime decadi del secolo scorso. Ma non di una banale pineta si tratta! 

La strada sterrata, percorribile per fortuna solo a piedi o con la bicicletta, si snoda tra pini domestici (quelli a ombrello) e pini marittimi (ricchissimi di pigne), cipressi, sughere, lecci, ginepri, arbusti della macchia mediterranea in un habitat vigilato e protetto nella sua crescita naturale. Presso uno degli ingressi, quello sul versante di Ansedonia, è possibile anche avvistare dolcissimi daini, che sono solo alcuni degli animali che popolano questo fascinoso sito. Purtroppo c’è pure il problema della sovrappopolazione dei cinghiali che, comunque, non ho mai incontrato nei miei numerosi attraversamenti.

È davvero un’esperienza particolare arrivare con la bicicletta, direttamente dalla propria abitazione, al mare cristallino che bagna la spiaggia di finissima sabbia. Il percorso costeggia la laguna di Orbetello, prima sul versante di Ponente (con tratti delle mura spagnole e l’unico mulino sopravvissuto al tempo bene in vista) e poi su quello di Levante, dopo avere attraversato la diga granducale, che collega la cittadina lagunare con il Monte Argentario. Qui la sensazione di finis terrae è fortissima… 

Continuando poi per poco meno di due chilometri sulla pista ciclabile lungo la provinciale che conduce a Porto Ercole, dopo avere svoltato a sinistra, velocemente si raggiunge l’ingresso della Riserva. Un tunnel di altissimi pini domestici ci accoglie con sullo sfondo le case dei carabinieri forestali, superate le quali si prosegue sulla strada sterrata. Dopo qualche centinaio di metri, un reperto un po’ nascosto, di grandissimo valore culturale, ci sorprende: è una stele che ricorda Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, che in questa terra ai tempi malsana giunse nel 1610 in fuga da Napoli, purtroppo per trovarvi la morte, pare per malaria. Ogni tanto ancora mi fermo a onorare il grande pittore lombardo, che dopo secoli continua a suscitare meraviglia ed emozioni. 

All’ombra dei pini e degli altri alberi si prosegue e si arriva al terzo varco che, tra le dune ricchissime di rosmarino e altri arbusti, conduce alla spiaggia: siamo al centro della mezzaluna sabbiosa, il posto più lontano dalle zone degli stabilimenti balneari presenti alle sue estremità orientale (Ansedonia) e occidentale (Porto Ercole). Ancora però un’altra incredibile sorpresa, quando, superata l’ultima duna, si arriva sulla spiaggia, un po’ stanchi, ma felici: decine di tronchi smangiati dal vento e dall’acqua giacciono sulla sabbia. Con questi, operosi bagnanti costruiscono casotti al riparo dei quali si trova la frescura necessaria per godere del limpido mare con il distanziamento fisico assicurato. 



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