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dell'Astrologa Martina   

 

Il designer Enzo Mari nel 1974 con i modellini delle sue creazioni. (foto Pubblico Dominio) 16 animali, puzzle in massello di rovere realizzato da Enzo Mari nel 1957 e prodotto ancor oggi da Danese Milano, azienda leader nell'ambito del design d'arredo. (foto Danese Milano) Il portaoggetti/centrotavola Putrella firmato da Mari nel 1958 per Danese Milano in edizione limitata a cento pezzi annuali. (foto Danese Milano) Formosa, il calendario da parete creato per Danese Milano in produzione dal 1963. (foto Danese Milano)

Sumatra, il portadocumenti impilabile in tecnopolimero concepito da Mari nel 1976, disponibile in vari colori da Danese Milano. (foto Danese Milano) Terzo Compasso d'oro a Enzo Mari per la sedia Tonietta creata per l'azienda milanese Zanotta protagonista del design italiano. (foto Zanotta) Enzo Mari nei locali dell'azienda Zanotta di Milano. (foto Zanotta)

Mari racconta le sue esperienze e i suoi progetti nel libro 25 modi per piantare un chiodo, Mondadori 2011. Lea Vergine sulla copertina del suo libro dedicato alla Body-art, Giampaolo Prearo Editore 1974. Il catalogo della mostra curata da Lea Vergine in omaggio a cento artiste europee dell'avanguardia storica, Il Saggiatore 1980. L'autobiografia di Lea Vergine nella conversazione con la storica e critica dell'arte Chiara Gatti, Rizzoli 2016.

Toro, segno zodiacale di nascita di Enzo Mari. Pesci, segno zodiacale di nascita di Lea Vergine.

 

L’Hotel Santa Lucia, a Napoli, è in una posizione impareggiabile: affaccia sul porticciolo turistico e su Castel dell’Ovo, su uno dei lungomare più celebrati del mondo. L’uomo che entra nella hall col passo deciso del settentrionale abituato a essere puntuale non ha però l’aria del turista. In tasca ha un biglietto che lo invita a discutere della fondazione di una nuova rivista di avanguardia, da parte di una critica d’arte, amica di Giulio Carlo Argan, che lui immagina come una professoressa occhialuta e di mezza età. Nell’elegante sala non c’è però nessuno, tolta un’elegante e bellissima giovane che gli pare proprio di aver intravisto poco tempo prima alla Biennale di Venezia. I minuti passano, e, per quanto i pregiudizi da piemontese gli facciano temere che la sua ospite possa essere in ritardo, il suo sguardo incrocia nuovamente quello della donna. Si alzano entrambi, si avvicinano. «Piacere, Lea Vergine. Credevo che lei fosse molto più basso, signor Mari» gli sorride lei, mentre entrambi scoprono di trovarsi davanti qualcuno molto diverso da come l’avevano immaginato.


Sarà cinquantacinque anni dopo che un’Italia molto diversa apprenderà la notizia della morte di Enzo Mari, il pioniere del design italiano, autore di migliaia di progetti originali e inconfondibili, un punto di riferimento assoluto per generazioni di colleghi più giovani. Colpito dal virus, scompare a 88 anni, proprio mentre alla Triennale di Milano gli è dedicata una grande mostra che attraversa oltre sessant’anni di attività del designer. Quando il giorno dopo i quotidiani pubblicano la notizia, ne giunge un’altra: anche la moglie di Mari, la notissima critica d’arte Lea Vergine, è deceduta, vittima dello stesso male.


È forse emblematico che questi due personaggi, entrambi maestri riconosciuti nei rispettivi campi, e professionalmente autonomi nonostante le affinità, dopo cinquantaquattro anni di convivenza e di indipendenza ci abbiano lasciato ancora una volta insieme e separatamente. La loro storia d’amore nacque infatti nel 1966, dopo che l’anno precedente si erano incontrati a Napoli, la città di Lea, per collaborare alla fondazione della rivista d’arte Linea Struttura, di cui Mari curò la grafica. Fu solo dopo la fine del lavoro in comune che scoccò la scintilla: entrambi lasciarono i rispettivi coniugi e Lea raggiunse Enzo a Milano, dove avrebbero vissuto sempre. Del primo matrimonio, Lea conservò il cognome, appunto Vergine, che mantenne per il resto della vita.


Per Lea, nata Lea Buoncristiano a Napoli il 5 marzo 1936, trasferirsi a Milano significò chiudere una fase della sua vita, in cui fin da giovanissima dimostrò un gusto immediato per l’arte contemporanea, e in particolare l’arte performativa e la body art, su cui nel 1974 avrebbe pubblicato un lavoro fondamentale, Il corpo come linguaggio. Dopo aver superato le diffidenze dell’ambiente accademico e tutto maschile della critica d’arte del tempo verso una donna giovanissima e particolarmente bella che, sostanzialmente da autodidatta, sapeva interpretare con sicurezza lo spirito degli artisti suoi coetanei, raggiunse nella scrittura la sua dimensione favorita, in cui poteva esprimere sia le sue intuizioni critiche che la sua acuta intelligenza e il suo temperamento ironico e appassionato allo stesso tempo. Proprio questa esperienza sostanzialmente di pioniera della critica artistica femminile in Italia la portò a ricercare la valorizzazione del ruolo, spesso storicamente misconosciuto, delle donne nell’arte, fino a presentare, nel 1980, la mostra L’altra metà dell’avanguardia. Dopo il trasferimento a Milano, avvenuto appunto per amore, vi trovò la sua definitiva dimensione professionale e culturale, pur senza mai innamorarsi della città. Le rimase un’intensa e contrastata nostalgia del passato, della sua travagliata adolescenza in una città tradizionalista e difficile, come disse in diverse occasioni: «Napoli per me è stata come una madre amatissima che combatte la figlia tutti i giorni, fino a scacciarla. Da quando sono andata via è davvero iniziato il mio amore appassionato per Napoli, ma perché ne vivo lontana: lì nessuno riconosceva il valore del mio lavoro, e non lo riconoscono neanche oggi». Del design di cui il marito era maestro diceva di non interessarsi troppo, perché il design deve essere utile e lei preferiva l’inutilità dell’arte, che in fondo, proprio perché superflua, può offrirci un frammento di felicità.


Del marito Enzo Mari, Lea diceva che era come «una monade», per il suo rigore e la sua inattaccabilità morale. Nato a Novara il 27 aprile del 1932, in gioventù dovette superare periodi di autentica indigenza e abbandonò il liceo classico per guadagnarsi da vivere, ma lo studio rimaneva una sua esigenza esistenziale, che non lo abbandonò mai nella vita. Per questo, nel 1952 si iscrisse all’Accademia di Brera scelta perché, raccontava, per entrarvi non era necessario un diploma superiore come all’università, e trovò nella giovane disciplina del design il suo campo ideale. Perfezionista, implacabilmente critico e autocritico, capace di una profondissima riflessione sulla relazione tra forma e funzione degli oggetti che progettava, Mari divenne ben presto un caposcuola della stagione in cui il design italiano raggiunse un successo e una visibilità mondiali. «Fino agli anni Settanta,» diceva spesso, «i designer italiani erano i migliori. Poi il design, quello vero, è morto»; morto, secondo Mari, a causa del crescente distacco tra i bisogni quotidiani delle persone e il “prodotto creativo”, magari con ambizioni quasi artistiche, che il marketing ha progressivamente richiesto ai progettisti. Nella trasformazione degli “oggetti di design” in prodotti di lusso anziché di uso corrente, Mari vedeva l’antitesi delle sue convinzioni che vedevano il design indissolubilmente legato a una concezione etica e sociale del valore delle opere che produceva. Premiato ben cinque volte, a partire dal 1967, con il Compasso d’oro, Mari ha firmato migliaia di prodotti, tutti segnati da una concezione essenziale e inconfondibile, che li ha resi spesso capaci di attraversare i decenni senza perdere nulla della loro modernità. Se infatti Mari respingeva l’idea del designer come “aspirante artista” alla ricerca di estetica e originalità a tutti i costi, dell’arte invece abbracciava l’intensità della vocazione, la concentrazione assoluta nella ricerca della perfezione nella forma. I capolavori dell’arte erano quindi per lui un’ispirazione che gli offriva un bagliore dell’assoluto, una “finestra sull’infinito” che lui stesso tentava ogni volta di ricreare nel disegno di un oggetto di uso comune, pur sapendo, come diceva, che «i capolavori della storia del design, che di quelli dell’arte vera e propria condividono non l’aspetto formale ma quello ideologico, saranno al massimo una decina».


Enzo Mari era nato sotto un Segno di Terra, il Toro, Lea Vergine sotto il Segno d'Acqua dei Pesci: questo aspetto astrale rendeva la loro connessione spirituale molto forte e la loro relazione una felice sintesi di determinazione, e sentimento, in equilibrio tra la razionalità e la praticità taurina e l'idealismo e l'emotività tipica dei Pesci. 
La curiosità intellettuale, l'ingegno brillante e l'attitudine alle arti grafiche di Mari, conferiti da Venere in Gemelli e accentuati da Mercurio in Ariete, ben si integravano con il carattere aperto, anticonvenzionale, indipendente della moglie, dovuto a Venere in Acquario e potenziato da Mercurio nello stesso segno, favorendo un rapporto che fu per tutta la vita di profondo scambio e condivisione di stimoli e interessi.
Luna in Acquario nel cielo di nascita donava a Enzo apertura mentale, originalità, immaginazione e inventiva, e Luna in Leone faceva di Lea una donna affascinante, di grandi idee e sentimenti, fiera e leale. 
La vitalità, il coraggio, l'impegno nella lotta per la propria affermazione e i propri diritti provenivano per Lea da Marte in Ariete; il medesimo transito nel tema natale rendeva Enzo diretto, comunicativo, esigente, innovatore.
La riuscita in ambito artistico, il successo e la notorietà di Enzo si dovevano a Giove in Leone, lo stesso pianeta in Sagittario favoriva Lea nell'emergere in campo professionale grazie alla sicurezza di sé, all'ampiezza di vedute e all'ambizione..


Che queste due figure eccezionali della nostra cultura, ciascuna a suo modo dirompente e provocatoria, dopo aver vissuto e lavorato insieme e separatamente per oltre mezzo secolo, ci abbiano lasciati in un momento così cupo per tutto il paese non deve far passare sotto silenzio l’entità della loro scomparsa. «Te ne vai da Gigante» ha scritto il presidente della Triennale Stefano Boeri salutando Enzo Mari, con l’ammirato cordoglio di chi teme che di giganti il nostro paese ne ospiti sempre meno.