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A TAvola con lo Chef

 


 

 

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Una giovane Cini Boeri con Gio Ponti a Milano nel 1954. (foto Pubblico Dominio) Piazza Sant'Ambrogio a Milano, luogo d'infanzia della Boeri, in una cartolina d'epoca. (foto Pubblico Dominio)

Uno scorcio di Via Manzoni a Milano, la città natale di Cini Boeri alla quale rimase sempre legatissima. (© Foto Eugenia Sciorilli) Un’immagine natalizia della Galleria Vittorio Emanuele II di Milano, uno dei luoghi più iconici della città che ha visto operare l’architetto Cini Boeri. (© Foto Eugenia Sciorilli) Armonia tra l'uomo e la sua abitazione affermate da Cini Boeri in Le dimensioni umane dell'abitazione, Franco Angeli 1981. Monografia a cura di Cecilia Avogadro dell'opera di Cini Boeri completa di apparato scientifico e intervista all'artista, Silvana Editoriale 2004.

Gemelli, segno zodiacale di nascita di Cini Boeri. (foto PublicDomainVectors) Capricorno, segno zodiacale ascendente di Cini Boeri. (foto PublicDomainVectors)

Nell’Italia del 1945, finita la guerra, tutto è da ricostruire. La ventunenne Maria Cristina Mariani Dameno, diplomatasi nel 1943 senza sostenere l’esame di maturità per via del conflitto, rientra a Milano con la famiglia, dopo un periodo trascorso, da sfollati, a Gignese, sul Lago Maggiore, dove come altre ragazze ha fatto la staffetta partigiana e dove ha conosciuto Renato Boeri, uno studente di medicina che sposerà, e dal quale avrà tre figli brillanti e famosi. Ma Maria Cristina, che a casa chiamano “Cini” perché dei figli era la picinina, ha le idee chiare: alla famiglia dedicherà molto di se stessa, ma il ruolo di “moglie di” non fa per lei. Tornata a Milano si iscrive al Politecnico e nel 1951 si laurea in Architettura, allora una disciplina ancora interamente maschile: «Fuori dal Politecnico mi aspettava mio figlio Sandro, di soli due mesi. Ricordo che non festeggiai ma iniziai subito a pensare a come imparare a lavorare perché ero una giovane donna che sgomitava in una tribù di uomini».

La dedizione alla famiglia e soprattutto all’educazione dei figli, nati tra il 1950 e il 1958, non impedì a Cini Boeri di aprirsi una strada in quel difficile mondo professionale. Fu decisivo il lungo periodo da collaboratrice nello studio di Marco Zanuso, mostro sacro dell’architettura e soprattutto del design da cui apprese molto; nel 1963 la Boeri decise di aprire uno studio proprio, elaborando progetti non soltanto originali, ma in piena sintonia con l’equilibrio tra autonomia e affetti che esisteva nella sua vita. Uno dei suoi progetti più famosi, la Casa Bunker costruita nel 1966 sull’isola della Maddalena, fu disegnata, nelle parole dell’architetto, «su una pianta quadrata, al centro il soggiorno e il patio che dava sul mare, ai vertici quattro camere da letto con bagno e ingresso autonomi». Vent’anni dopo, nel 1986, Cini Boeri presentò alla Triennale, all’interno della mostra Il progetto domestico, il prototipo di un’abitazione pensata appunto per favorire l’equilibrio tra convivenza e indipendenza. Come disse la stessa Boeri, «Proposi un’abitazione riservata a una coppia dove i due abitanti potessero svolgere la loro vita in completa autonomia, rispettando la scelta dei momenti comuni e della convivialità. Il mio progetto fu discusso, criticato e venni etichettata come la killer dei matrimoni per aver proposto due camere da letto separate!». Cini Boeri non si dedicò solo all’architettura: come Zanuso, trovò nel design il suo terreno espressivo forse ideale, creando oggetti dotati al tempo stesso di originalità e funzionalità, di una bellezza razionale e pratica che li rese popolari e che fruttò alla loro autrice successo e consensi, come il divano Strips, che le valse il Compasso d’oro, o come la poltrona Borgogna, del 1963, che al massimo relax associa accessori funzionali come un leggio, una lampada e un telefono, tanto che la stessa Cini molti anni dopo la definì una specie di workstation ante litteram. Acuta osservatrice, considerava una delle sue qualità più importanti l’attenzione alla psicologia e alle necessità del committente a cui un progetto era destinato.

Nata a Milano il 19 giugno del 1924 e attaccatissima alla sua città, Cini Boeri non permise mai che il successo professionale e i riconoscimenti anche internazionali l’allontanassero dal rapporto con i suoi luoghi più amati, Milano appunto e la Sardegna, e con i suoi figli, con cui mantenne sempre un rapporto strettissimo, quasi da «chioccia», come l’avrebbe definita il figlio Stefano. Come Cini ricordò in un’intervista, negli anni Settanta la Milano in cui i giovani Boeri si formavano e iniziavano a impegnarsi attivamente era una città con forti tensioni politiche: «Erano anni difficili e io ero molto attenta a come si comportavano e a chi frequentavano. Dedicavo loro la massima attenzione». Cini scelse di avere il suo studio e la sua casa a piazza Sant’Ambrogio, a due passi dalla casa dove era cresciuta da bambina, terza e ultima figlia di un fabbriciere della Basilica del Santo, e rimase lì fino alla morte, a parte le evasioni in Sardegna per sfuggire al caos cittadino e ricercare l’ispirazione creativa per alcuni tra i progetti più impegnativi.

Nata con Sole in Gemelli e Luna in Capricorno, da questo particolare aspetto astrale traeva l'affabilità, la cortesia, la generosità, la risolutezza, la razionalità e la riservatezza che ne contraddistinguevano il carattere. Lo spirito indipendente, l'originalità di ingegno, la curiosità intellettuale, la libertà nelle scelte erano dovuti a Marte in Acquario, l'intelligenza brillante, acuta e versatile, la mente pronta e veloce, l'inclinazione per l'arte a Mercurio nel Segno di nascita, uno dei due che questo pianeta governa. Giove nel suo domicilio, il Sagittario, la rendeva una donna di successo, ricca di fascino, sicura di sé, di ampie vedute e facilità di parola, ma allo stesso tempo tradizionalista e di solidi valori. La sensibilità, l'affettività, l'amore per la famiglia e i figli erano da attribuire a Venere in Cancro, la fantasia, la creatività, la personalità artistica, la capacità di concepire forme complesse a Saturno in Bilancia. Nettuno in esaltazione nel segno del Leone, infine, le garantiva senso estetico, raffinatezza nei gusti, talento e riuscita professionale.

Indipendente, orgogliosa delle sue capacità e capace di affermarle in un’Italia, quella degli anni Cinquanta e Sessanta, ancora molto scettica sulle qualità professionali delle donne, non indulgeva a rivendicazioni simboliche per la parità dei sessi. «Preferisco essere chiamata architetto che ‘architetta’» diceva, «e trovo questa differenziazione di genere un po’ modaiola, i nostri diritti non aumentano sostituendo la O con una A. Un architetto resta architetto uomo o donna che sia, per cui sono abbastanza contraria a questi neologismi pur comprendendone il lodevole intento. Preferirei si badasse più alla sostanza che alla forma», applicando anche in questo caso il senso della praticità e della concretezza che manifestò in tutte le sue opere. Il suo modo di affermare la parità di genere fu semplicemente di dimostrare con i fatti che il valore di ciascun individuo, uomo o donna, sta nelle sue capacità e non nelle presunte virtù “maschili” o “femminili”.

Cini Boeri si è spenta il nove settembre scorso, a 96 anni, continuando a lavorare e disegnare fino agli ultimi mesi di vita, come ha sottolineato Il figlio Stefano, a sua volta architetto di prestigio e urbanista, autore tra l’altro del progetto del “Bosco verticale” di Milano: «Era attenta e affettuosa, implacabile, ironica, dolcissima e grande lavoratrice. Sapeva tenerci tutti insieme». Il suo nome è stato iscritto al Famedio di Milano, la cappella dove riposa Alessandro Manzoni, tra quelli dei più illustri milanesi dall’Ottocento a oggi.

 

www.ciniboeriarchitetti.com