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Il compositore premio Oscar parla della “sua” Buenos Aires
e di come il tango abbia influito sulla sua creatività di artista

di Eugenia Sciorilli



L’Oratorio del Gonfalone è una splendida chiesa sconsacrata in una traversa di Via Giulia, a Roma. Un ciclo di concerti che ogni anno si rinnova da novembre a maggio, la Stagione del Gonfalone, lo ha scelto come propria sede degli appuntamenti musicali, e il concerto che ha chiuso la stagione 2009-10 è stato un“tutto esaurito” di Luis Bacalov, accompagnato per l’occasione dall’Orchestra Tartini.
Premio Oscar per le musiche del film “Il Postino”, ma anche autore di splendide composizioni dedicate al tango, Luis Bacalov vive a Roma da alcuni decenni, dopo essere nato e cresciuto a Buenos Aires. Si sente, allora, cittadino del mondo?
“Sì, in qualche modo. Ho viaggiato tanto, ho vissuto in diversi Paesi”
Si può affermare che Buenos Aires le resta ancora nel cuore?
“Come potrei negarlo? I primi venti anni della propria vita non si possono cancellare, neanche con un enorme sforzo”.
Che cosa ama ricordare, in particolare, di Buenos Aires?
“Il quartiere del centro cittadino in cui c’era più animazione culturale, il cui fulcro era la calle Corrientes, oggi una zona piuttosto degradata per via della crisi economica. E poi tutta la parte chiamata Rio Norte, che si estendeva verso il nord della città, con giardini e parchi”.
La tradizione musicale di Buenos Aires ha avuto grande influenza sulla sua creatività…
“Sì, la musica argentina ha influito molto sulla mia attività di artista. E, al di là di questo, sono sempre stato interessato alla musica delle Americhe. Due compositori che amo molto sono Villa Lobos e Ginastera”.
E in ambito europeo?
“Due nomi che mi vengono subito in mente sono Bach e Stravinskij”.
Un’incisione che ha accresciuto la sua notorietà internazionale è stata la Misa Tango, cantata da Placido Domingo. Perché ha voluto comporla?
“Mi hanno spinto a crearla varie cose: innanzitutto il fascino della grandissima tradizione musicale che ha le sue radici nella religione. Penso che la forza culturale di una messa sia quasi una calamita. E poi desideravo capire fino a che punto mi potevo confrontare con quel concetto che è la divinità. Non è possibile vivere, credo, senza confrontarsi con il mistero del cosmo”.
E poi c’è questo suo legame innegabile con il tango…
“Sì, ed è un legame che ha un’origine sia affettiva che razionale, e che a qualcuno può apparire quasi un’ossessione. E’ come se avessi voluto riempire buchi, cioè portare a dignità di concerto una cultura popolare”.